Varianti Covid, nella corsa per combatterle l'Italia è indietro

Conoscerle è fondamentale per contenere la pandemia. Danimarca e Regno Unito stanno facendo un buon lavoro per individuarle. Ma in Europa l'Italia è l'ultima della classe
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Chi cerca, trova. Un proverbio che vale anche in tempo di pandemia ed in particolare per l'individuazione delle varianti virali di Sars-Cov-2. Senza scomodare il 'caso Danimarca', dove il 15% dei tamponi positivi viene analizzato interamente per capire quale virus abbiamo di fronte, per l'Italia l'obbiettivo minimo del 5% fissato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità è un lontano miraggio. Non che le nazioni a noi vicine facciano meglio. Conoscere però quale 'variante virale' si ha di fronte è di fondamentale importanza nel contenimento della pandemia. Un dato utile sia per capire l'evoluzione del virus sia per progettare i possibili futuri richiami vaccinali.

Che cosa sono le varianti virali?

Qualsiasi virus, quando si moltiplica, porta con sé degli errori di 'copiatura' nel proprio codice genetico. Sars-Cov-2 non è da meno. Dalla prima sequenza conosciuta e depositata ad inizio gennaio 2020 ad oggi sono moltissime le mutazioni che si sono andate a creare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale. Più il virus si moltiplica e più è soggetto ad errori. Quando le mutazioni si accumulano nel tempo o comunque quando si verificano alcune particolari condizioni (come l'infezione nelle persone immunocompromesse) può accadere che il virus cambi le proprie caratteristiche al punto tale da dare origine ad una variante virale rispetto al virus originale.

Perché monitorarle

Anche se la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo a livello clinico, qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l'immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. Un esempio è la variante inglese: individuata a fine dicembre in Inghilterra, il virus -rispetto alla sequenza originale del virus di Wuhan- è mutato nella proteina spike rendendo Sars-Cov-2 maggiormente infettivo. Una caratteristica legata al fatto che alcune mutazioni presenti nella proteina spike conferiscono al virus una maggiore affinità nel legame con i recettori delle nostre cellule. Da qui ne consegue una maggiore capacità infettiva. Variante che in Italia rappresenta l'86% di tutti i casi di positività al virus. Ecco perché oggi, poter seguire l'evoluzione delle differenti varianti, è il primo passo per conoscere il nemico che si ha di fronte. 

Come fare dunque a capire quale tipologia di Sars-Cov-2 si ha di fronte? A differenza di quanto si possa pensare, nella maggior parte dei tamponi effettuati la presenza del virus viene accertata cercando solo alcune particolari regioni conosciute del genoma virale. Per capire però a quale variante siamo di fronte l'unico modo è sequenziare interamente il genoma del virus. Solo in questo modo è possibile rilevare ogni singola mutazione rispetto al virus originario.

Europa a due velocità

Eppure, nonostante gli addetti ai lavori richiedano di investire nel monitoraggio delle varianti e l'Organizzazione Mondiale della Sanità abbia fissato nel 5% la percentuale di tamponi da sequenziare per intero come soglia minima, in Europa la differenza tra Stati è abissale. Danimarca e Regno Unito sono le nazioni che contribuiscono maggiormente all'arricchimento di GISAID, l'archivio mondiale di tutte le sequenze di tutti i virus influenzali e di Sars-Cov-2. Secondo gli ultimi dati disponibili, tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021 la Danimarca ha sequenziato il 15% dei tamponi positivi. L'Inghilterra, attraverso il consorzio dedicato COG-UK, il 5%. La Germania lo 0,06% e la Francia lo 0,04%. Fanalino di coda l'Italia con 0,03%.

Il caso Italia

Ma se Danimarca e Inghilterra godono della creazioni di consorzi appositi per svolgere l'importante lavoro di monitoraggio, purtroppo nel nostro Paese ogni timido tentativo si è arenato tra cambi di Governo e cronici problemi legati al reperimento delle risorse economiche.

Ad oggi le analisi delle varianti, sotto il controllo dell'Istituto Superiore della Sanità, vengono effettuate dai laboratori delle singole regioni. Ciò che manca però è un vero e proprio consorzio per il monitoraggio che coordini e standardizzi il tutto.

Ciò non significa che nel nostro Paese si faccia poco o nulla. La Campania, ad esempio, grazie ad un progetto Regionale guidato dal Tigem (Istituto Telethon di genetica di Pozzuoli), da febbraio ad oggi ha ampiamente centrato l'obbiettivo del 5%. Risultati simili sono stati ottenuti anche in Abruzzo, dove sono venuti a galla i primi casi di variante inglese in Italia. Non che fossero originari dell'Abruzzo ma semplicemente perché la Regione è una delle più virtuose nel sequenziamento. Perché le varianti le si trova solo se le si cerca. Ma al di là delle classifiche, secondo gli esperti oggi con 10 mila casi giornalieri l'obbiettivo del 5% dei sequenziamenti potrebbe essere ottenuto facilmente.

Integrare i dati clinici

Dal momento che il virus non guarda in faccia a nessuno e non conosce confini geografici, il monitoraggio delle varianti virali sarà ancor più utile se le informazioni saranno condivise tra le diverse nazioni. Poter monitorare su scala globale il virus attraverso il sequenziamento è di fondamentale importanza per capirne la diffusione e la presenza di eventuali varianti più contagiose o che potrebbero ridurre l'efficacia dei vaccini (al momento, è utile ricordarlo, tutte le varianti sembrano essere neutralizzate -seppur con differente efficacia dai vaccini oggi in commercio). Ma per farlo la sfida si chiama integrazione: poter conoscere quale virus si ha di fronte in relazione alle caratteristiche del paziente aiuterà enormemente nel contrasto a Sars-Cov-2.

Capire se l'infezione è avvenuta in un vaccinato, se si tratta di una seconda infezione, se la persona ha avuto sintomi blandi o è deceduta in relazione alla variante individuata sarà utile per capire il nemico che abbiamo di fronte. Dati importanti per capire la pericolosità di nuove varianti, per poter pianificare nuovi interventi e per sviluppare, eventualmente, richiami vaccinali con caratteristiche differenti.

Una sfida, quella dell'integrazione dei dati, su cui in Inghilterra sta già lavorando il Sanger Institute di Cambridge mentre negli USA si sono fatti avanti Google e Fondazione Rockefeller. Anche per Covid-19 i dati sono il "nuovo petrolio".