Meglio essere operati da un robot o dal chirurgo? Una sfida senza vincitori

Uno studio ne ha analizzati altri 50 per concludere che non ci sarebbero chiari vantaggi negli esiti a favore del robot. Ma c'è chi dice che conta anche la minore invasività e i tempi di recupero più veloci
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I ROBOT  in chirurgia sono migliori delle mani dei chirurghi? Più precisi e affidabili? I ricercatori dell’Università del Texas hanno messo a confronto 50 studi randomizzati per valutare la qualità e i risultati della chirurgia addominopelvica robot-assistita rispetto alla laparoscopia o alla chirurgia tradizionale. E dalla loro analisi è emerso che “la maggior parte degli studi non ha mostrato differenze nelle complicanze intraoperatorie, nei tassi di conversione alla chirurgia aperta e nei risultati a lungo termine”. Insomma, non vi sarebbe “alcun chiaro vantaggio nell’utilizzo dei robot rispetto alla chirurgia tradizionale”.

L’uso della chirurgia assistita da robot sta vivendo anno dopo anno un notevole aumento. Quasi tutte le specialità chirurgiche l’hanno adottata, puntando tutto sulla mini-invasività e l’alta precisione. Tuttavia, nel caso della chirurgia addominopelvica non è noto se abbia vantaggi interventistici rispetto alla laparoscopia o alla “open” più tradizionale. Gli studi svolti sono spesso piccoli e mettono a confronto patologie maligne e benigne molto diverse fra loro.

Per tirare le somme su quello che la letteratura medica ha finora da offrire, i ricercatori americani hanno preso in esame 50 review degli ultimi 20 anni, per un totale di 4898 interventi. Dei 39 studi che hanno riportato l’incidenza delle complicanze di Clavien-Dindo – un metro di classificazione delle complicanze chirurgiche – solo 4 (il 10%) hanno mostrato vantaggi nell’utilizzo della chirurgia robot-assistita. “La maggior parte degli studi non ha mostrato differenze nelle complicanze intraoperatorie, nei tassi di conversione e negli esiti a lungo termine”.

Oltre ai risultati, pubblicati su Annals of Internal Medicine, c’è dietro anche una questione economica: una piattaforma chirurgica robotica di ultima generazione vale almeno 1,5 milioni di dollari, a cui si sommano i costi per la formazione e manutenzione. “Sebbene la chirurgia assistita da robot si sia dimostrata sicura ed efficace – concludono gli autori – attualmente non ha alcun chiaro beneficio clinico dato il costo considerevole e la mancanza di miglioramenti rispetto agli interventi chirurgici convenzionali”. Ma la verità è che, alla fine, tutto dipende dalle mani di chi ti opera. Per chirurgia robotica s’intende una forma di chirurgia mininvasiva che mira a superare i limiti della laparoscopia e della chirurgia a cielo aperto. Tuttavia, la parola “robotica” potrebbe fuorviare perché questi sistemi chirurgici mancano di automazione e sono controllati dal chirurgo.

 

“Nella realtà, i robot sono migliori delle mani dei chirurghi rispetto a quanto non sia riportato in letteratura”, sostiene Giulia Veronesi, direttrice del programma strategico di Chirurgia robotica toracica dell’Ospedale San Raffaele di Milano, dove con il sistema da Vinci interviene sui tumori polmonari e le patologie del mediastino. “Non è facile condurre degli studi che mettano a confronto la chirurgia tradizionale con quella robotica: quelli randomizzati sinora disponibili sono spesso piccoli oppure si tratta di review che mettono a confronto patologie diverse che non possono essere paragonate”, spiega, commentando la revisione appena pubblicata dai ricercatori dell’Università del Texas.

 

“Come rivela anche quest’ultimo studio, si sono registrati risultati molto simili fra la chirurgia tradizionale mininvasiva e robotica perché sono stati messi a confronto chirurghi con lunga esperienza nella procedura tradizionale aperta o endoscopica con chirurghi robotici in formazione, quindi di minore esperienza nella tecnica in studio. Questo ci dimostra quanto i robot siano un aiuto importante, dato che permettono di ottenere risultati molto buoni anche a mani non ancora esperte”, prosegue Veronesi. “Stiamo parlando di sistemi avanzati e intuitivi che permettono di eseguire interventi complessi con una minima invasività e in grado di portare benefici oncologici a lungo termine, dato trascurato dalle review. Oltretutto si aumenta il numero di pazienti che possono beneficiarne, in quanto vengono allargate le indicazioni alle stesse, e la prevalenza in un reparto non è misurabile con studi randomizzati, servono invece registri di dati prospettici e multicentrici”.

 

I vantaggi vanno dai tempi di recupero più veloci, con meno giorni di degenza e minori conseguenze dovute all’invasività - che nel campo urologico, ad esempio, vuol dire meno casi di incontinenza -, e anche in termini di sopravvivenza e minori recidive, quando si parla di tumori. “I miei pazienti hanno reagito sempre bene quando gli ho detto che sarebbero stati operati con l’ausilio del robot: erano contenti del vantaggio che avrebbero potuto trarne”, rivela Veronesi che con la chirurgia robotica è in grado di eseguire segmentectomie, ovvero interventi mirati alla rimozione di segmenti del polmone per tumori di piccola dimensione, diagnosticati ancora in stadio iniziale, oltre ad attuare un approccio mininvasivo anche su alcuni tumori polmonari localmente avanzati. E “sarà ancora più interessante quando potremo contare sull’intelligenza artificiale, grazie a cui il robot potrà offrire al chirurgo un supporto avanzato anche sulle scelte procedurali e su alcuni step chirurgici. Sarà un grande vantaggio anche per chi è in formazione, perché si ridurranno gli errori in sala operatoria e si favorirà una maggiore standardizzazione dei risultati”.

 

Proprio in questa direzione, in collaborazione con il Politecnico di Milano e la Fondazione Politecnico, al San Raffaele è stato avviato “Artery”: un progetto di ricerca, finanziato dalla Commissione Europea, sul trattamento non invasivo delle malattie delle valvole del cuore, mirato a creare una piattaforma robotica che sfrutti l’intelligenza artificiale e la realtà aumentata per sviluppare nuovi sistemi capaci di formare e supportare gli operatori, rendendo gli interventi più sicuri ed efficaci per il paziente, anche eliminando l’utilizzo dei raggi X.

“La simulazione rappresenta un passo essenziale per l’applicazione delle nuove tecnologie nella pratica clinica. Grazie ai simulatori, all’intelligenza artificiale e alla realtà aumentata si lavorerà con più elevati standard di sicurezza e con risultati migliori. Anche sul lato della formazione, grazie al simulatore restituiremo ai giovani medici la possibilità esercitarsi senza timore di sbagliare e senza pericolo per i pazienti”, spiega Francesco Maisano, direttore dell’Heart Valve Center del San Raffaele. “Il progetto Artery introdurrà due grandi innovazioni che avranno un importante impatto sulle operazioni cardiache: il telecontrollo dei robot attraverso l’intelligenza artificiale e la realtà aumentata, nonché la possibilità di gestire operazioni complesse in modo intuitivo e potenzialmente da remoto, con l’uso di cateteri sensorizzati che permetteranno più controllo e precisione nei movimenti del catetere dentro il corpo del paziente. Queste innovazioni renderanno gli interventi percutanei sul cuore più semplici da imparare e da eseguire, e più sicuri per tutti”, conclude Emiliano Votta, professore del Politecnico di Milano.