"Ero no-vax, ma ho rischiato di morire per il Covid. E ora vi dico: vaccinatevi"

Catia Elena Dell'Orso, è un'infermiera. E' rimasta ricoverata per quasi due mesi in terapia intensiva al Carreggi di Firenze. "La mia esperienza serva di esempio, non è un'influenza. Se tornassi indietro mi vaccineri subito"  
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“QUANDO mi mancava il respiro e non avevo le forze per alzarmi, ho capito che avevo sbagliato a non vaccinarmi. Ero una no-vax convinta, ora dico a tutti: vaccinatevi”. Catia Elena dell’Orso, 50 anni, ha sempre avuto una salute di ferro. Abita a Fiesole e ama la natura, collabora come ostetrica nel reparto maternità all’ospedale di Carreggi a Firenze, lo stesso dove è stata ricoverata a causa del Covid.

“Pensavo che adottando tutte le precauzioni, senza andare nei locali o frequentare posti affollati non sarebbe successo niente. Usavo anti infettivi naturali per la gola, usavo solo prodotti non comperati al supermercato. ho smesso di vedere gli amici. Invece il 31 marzo scorso, durante la notte, mi sono svegliata che non respiravo più, così sono andata in pronto soccorso”, racconta Catia che dopo il contagio dal coronavirus, che l’ha tenuta in ospedale quasi due mesi, di cui più della metà trascorsi intubata in un letto di terapia intensiva, ha cambiato completamente idea, e invita tutti a non fare come lei. 

“In ospedale eravamo pochi a non essere vaccinati, i miei colleghi mi spingevano a prenotarmi, ma io rifiutavo tutti. Mi sono lasciata influenzare da chi mi diceva di aspettare il monodose dello Spallanzani, una volta disponibile. Ero contro AstraZeneca, Moderna, Pfizer. Non volevo farne uno. Nel frattempo, non uscivo mai: facevo casa-lavoro, lavoro-casa. Pensavo, ma come faccio a contagiarmi? E poi, nel caso, immaginavo che sarebbe stato come affrontare un’influenza. Invece, ho rischiato di morire, sono stata costretta a indossare il casco per la ventilazione e la maschera di ossigeno. Sono stati i miei colleghi a curarmi, quelli che ancora oggi mi aiutano. Sapevo che ad un certo punto la mia situazione era diventata così critica, al punto che abbiamo pensato al peggio. Venire fuori da quella situazione è stato un percorso lungo e doloroso. Dal 31 marzo sono stata dimessa il 20 maggio. Ma ancora oggi porto addosso i segni del contagio e della malattia. Non è ancora finita".

Catia infatti solo dalla metà di luglio riesce a camminare senza un appoggio, ma ha ancora problemi al cuore, al fegato e alla respirazione. Ha avuto una pericardite e un diabete causato dalle massicce dosi di cortisone necessarie per contenre l'infezione. “Mi sono sottoposta a settimane di riabilitazione ma la ripresa è lenta, mi sento invecchiata di colpo. Questa stanchezza non mi abbandona mai. Se prima mi davano 40 anni, adesso me ne danno 80”, sorride Catia. “Cosa ricordo di quei giorni? Una ragazza di origine araba che era nella stanza con me, più o meno intorno ai 24 anni. Stava malissimo e non riuscivano a comunicare. Non ero ancora in terapia intensiva, così per farci forza, ascoltavamo la musica che piaceva ad entrambe. Poi io sono peggiorata e ho cambiato reparto, lei è rimasta lì. Spero che anche lei ce l’abbia fatta”.

“Racconto la mia esperienza perchè voglio dire a tutti: se tornassi indietro mi prenoterei subito la mia dose di vaccino - ci tiene a spiegare Catia - soprattutto spero che possa servire di lezione e far cambiare idea a altri no-vax prima che sia troppo tardi. Il Covid non va sottovalutato- A nessuna età".