Mammografia, due apparecchi su 10 sono da rottamare. Come orientarsi

Il test è il salvavita delle donne. Ma spesso le macchine non sono all'altezza. E le pazienti rischiano. Torna la Newsletter Saluteseno, con l'allarme dell'Agenzia per i servizi sanitari
3 minuti di lettura
Una mammografia può salvare la vita, e questo è assodato. Ma nel calcolo delle possibilità a volte conta anche con che macchina e tecnologia questa mammografia viene eseguita. E nel nostro paese più di due mammografi su 10 - il 22,5% per l'esattezza - continuano ad essere troppo vecchi: hanno oltre 10 anni, l'età massima accettabile.
 
La percentuale è inferiore a quella rilevata nel 2017, dove si sfiorava il 30%, ma simile a quella del 2002. E invece, ovviamente, dovrebbe essere azzerata. Insomma, come raccontiamo nella newsletter di Salute Seno (qui il link per iscriversi gratuitamente), il rinnovo di questo parco tecnologico non riesce a migliorare e a tenere il passo: un dato di fatto che potrebbe servire a indirizzare parte dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).
 

Il rapporto

A censire le apparecchiature su cui si basa lo screening mammografico e la diagnosi del tumore al seno è Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che nei giorni scorsi ha pubblicato il Rapporto sullo stato dei mammografi -per l'anno 2019. Il dossier riporta il numero dei mammografi sia digitali sia analogici, la loro età e la loro dislocazione nelle strutture pubbliche, private accreditate e private non accreditate, interne o esterne alle reti oncologiche. Queste informazioni vengono specificate per ciascuna regione, ad eccezione di Valle D'Aosta e Provincia Autonoma di Trento (per le quali alla data di estrazione dei dati non erano ancora presenti).
"Si ritiene che 10 anni sia l'età massima accettabile per un mammografo", conferma Gianni Saguatti, radiologo, direttore della Breast Unit dell'Ospedale Bellaria di Bologna e past president del Gruppo Italiano Screening Mammografico (Gisma): "Ovviamente è una convenzione, ma rispecchia abbastanza la realtà, sebbene altri paesi come il Regno Unito sostituiscano le loro apparecchiature ogni 5 anni. La vetustà dipende, però, anche da quanto le macchine vengono utilizzate. In generale, la fotografia scattata da questa indagine è abbastanza confortante".

Quanto sono vecchi i mammografi, regione per regione

In Italia l'età media dei mammografi è di 7,6 anni: in nessuna regione è sotto ai 5 anni, mentre supera i 10 nel Molise e nella provincia di Bolzano. Le regioni con i mammografi più "anziani" (sempre come età media) sono poi in Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Puglia e Sicilia. I più recenti si trovano invece in Abruzzo e in Umbria. 
 
Nel complesso, il 40,5% dei mammografi ha 1-5 anni, il 27% ha 6-10 anni e il 22,5% - come anticipato - ha un'età uguale o superiore a 10 anni. Va detto, però, che il quadro non è completo, perché mancano le informazioni su circa un 10% di apparecchiature. 

Digitale è meglio: i numeri nei centri pubblici e accreditati

I numeri dovrebbero servire per decidere dove e come investire nel prossimo futuro per colmare i gap tecnologici. Obiettivo: effettuare mammografie sempre più accurate e migliorare così anche la cura del tumore che più di ogni altro colpisce le donne, e che ha contato oltre 55 mila diagnosi nel solo 2020. Ma, intanto, che indicazione ne possiamo trarre? È difficile, se non impossibile, per una donna conoscere l'età dei mammografi utilizzati e raramente i programmi di screening danno la possibilità di scegliere il centro dove effettuare l'esame.
 
"Alcune pazienti ci chiedono genericamente se le macchine che usiamo sono moderne o aggiornate", riprende Saguatti: "Non abbiamo dati per dare indicazioni puntuali alla popolazione, ma sapere se il mammografo utilizzato è di tipo analogico o digitale è già un'informazione importante. Tutti gli screening sono cominciati in epoca analogica, ma quella tecnologia è oggi superata. Il passaggio al digitale è cominciato 15-20 anni fa e ha rappresentato un grande vantaggio dal punto di vista diagnostico, perché l'immagine non viene più impressa su pellicola, ma può essere ingrandita e modificata per migliorarne il contrasto e la leggibilità, o per correggere alcuni problemi che possono verificarsi durante l'esecuzione. Inoltre è molto semplice richiamare al monitor le mammografie precedenti per fare confronti di ogni eventuale cambiamento". L'altro vantaggio è di tipo gestionale, sia per la struttura sia per le pazienti: non serve tenere archivi immensi o ricordare di portare fisicamente, a ogni controllo, la mammografia precedente.

I centri pubblici

Guardando i numeri di questa indagine, allora, emerge chiaro che nelle strutture pubbliche del nostro sistema sanitario vi è, in generale, una netta prevalenza di mammografi digitali rispetto a quelli analogici: sono ben l'81%, mentre nelle strutture private accreditate rappresentano il 59%". In numeri assoluti, secondo la rilevazione ci sono 785 mammografi digitali e 179 analogici nelle strutture pubbliche, e 492 digitali e 339 analogici nei centri privati accreditati. Questo dà, indirettamente, un'informazione anche sull'obsolescenza dei macchinari, visto che la stragrande maggioranza delle apparecchiature che hanno più di 10 anni è di tipo analogico (il 78%) e solo il 22% è digitale.

Attenzione alle differenze regionali

Sempre il rapporto mostra che nei centri che fanno parte delle reti oncologiche regionali le percentuali di mammografi digitali sono molto alte - negli Hub sfiora il 90% - mentre nelle strutture esterne alle reti sono poco più della metà. Anche se la panoramica è positiva, la situazione - va sottolineato - cambia molto da regione a regione: si va dal 90% dei mammografi digitali dell'Abruzzo al 50% del Lazio e della Sardegna. Nel 2019, in media 8 esami su 10 sono stati svolti nel pubblico.

Screening e diagnosi: quanto sono utilizzati i mammografi?

L'ultimo dato interessante riguarda l'utilizzo delle apparecchiature. Salta all'occhio, per esempio, che Emilia-Romagna e Campania hanno lo stesso numero di mammografi (circa 100), ma mentre la prima ha eseguito 509mila esami nel 2019, la seconda ne ha fatti 150mila. "Una possibile spiegazione di questa grande differenza di utilizzo chiama in causa lo screening mammografico", commenta Saguatti: "È logico che dove lo screening sul territorio è più attivo, le macchine vengano utilizzate di più". 
 
Non dobbiamo dimenticare che, quando c'è un tumore al seno, le mammografie sono solo il primo step di un percorso diagnostico-terapeutico multidisciplinare complesso e organizzato: "Aderire allo screening mammografico non è fare gratuitamente una mammografia ogni due anni", conclude Saguatti: "Significa poter usufruire, in caso di necessità, di un percorso strutturato di approfondimento e cura".

Come scegliere il reggiseno: il decalogo per l'acquisto