Covid, quegli anticorpi che ci tradiscono e aiutano il virus

In circa il 10% dei pazienti con Covid grave gli anticorpi hanno aggredito le proteine che ci proteggono dal virus: lo studio su Science Immunology
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Sono spesso nei discorsi di chi in passato ha contratto Sars-CoV-2. "Il mio titolo è prossimo allo zero, chissà se sono protetto", ci si chiede nella sala d'aspetto del medico di base o davanti a un referto elettronico appena scaricato. Tante le domande sugli anticorpi neutralizzanti e il loro significato diagnostico, dalla durata dell'immunità all'impatto sulle tempistiche della vaccinazione. Alcuni tipi di immunoglobuline, invece, sarebbe meglio non riscontrarle nel proprio sangue. La notizia arriva dalla Rockefeller University di New York, dove un gruppo di scienziati, guidati dall'immunologo Jean-Laurent Casanova, ha identificato autoanticorpi che bloccano l'interferone di tipo I (IFN I) in circa il 10% dei pazienti con Covid-19 grave.

Si tratta di anticorpi che remano contro di noi, anziché proteggerci, e 'aggredisconò le proteine dell'organismo che hanno un ruolo importante nella difesa contro i virus. Lo riporta Nature, che cita uno studio pubblicato su Science Immunology.

Cosa sono gli interferoni

Gli interferoni vengono prodotti dalle cellule in risposta a vari stimoli. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, vennero identificati per la prima volta nel 1957 da Isaacs e Lindenman. Intenti a studiare il comportamento del virus dell'influenza su alcune colture cellulari, i due scienziati notarono l'esistenza di un fattore capace di 'interferirè con la replicazione del microrganismo.

Negli anni sono state scoperte le loro funzioni, dalla resistenza nei confronti dei virus alla regolazione della crescita e del differenziamento cellulare, fino alla modulazione di alcune componenti del sistema immunitario. Esistono tre classi: interferone di tipo I, i più numerosi e studiati, dove spiccano IFN-α2 e IFN-b; interferone di tipo II, di cui fa parte l'IFN-γ; interferone di tipo III, come IFN-λ, evidenziati più di recente. I meccanismi d'azione li hanno resi disponibili per diversi usi terapeutici.

Gli autoanticorpi

Gli autoanticorpi attaccano componenti dello stesso organismo. Il motivo è la perdita della tolleranza immunologica, cioè la capacità del sistema immunitario di distinguere tra molecole proprie (self) ed estranee (non self).

Si dividono in naturali e associati a malattie autoimmuni. I naturali sono presenti a concentrazioni ridotte in tutti gli individui sani, e si legano ad antigeni self e non-self con una bassa affinità, indipendentemente da età e sesso. Tra le funzioni, la regolazione delle cellule più vecchie e la sorveglianza anti-tumorale.

Quelli associati a malattie autoimmuni, invece, si riscontrano ad elevate concentrazioni e sono molto affini agli antigeni self. Si dividono in patogenetici o non patogenetici (in relazione o meno all'andamento clinico della malattia) ed epifenomeni, quando sono presenti in maniera transitoria dopo un danno ai tessuti.

I risultati della pubblicazione

Lo studio della Rockefeller University è iniziato lo scorso ottobre: coinvolti 38 Paesi di tutti i continenti, 3.595 pazienti con forme di Covid-19 critiche, 623 con quadri gravi, 1.639 asintomatici o paucisintomatici (con infezione accertata) e 34.159 controlli sani. In almeno il 20% di individui con più di 80 anni e polmonite potenzialmente letale, erano presenti autoanticorpi capaci di neutralizzare una quantità di interferone I (di tipo IFN-α2 e/o IFN-ω) pari a 100 pg/mL. Non un valore casuale: precedenti esperimenti di laboratorio avevano evidenziato che questa concentrazione di IFN di tipo I inibiva la replicazione di Sars-CoV-2 nelle cellule.

Inoltre, gli autoanticorpi sono stati riscontrati nel 13,6% di pazienti di ogni età con quadri clinici della stessa gravità, nel 18% dei decessi e in 34 mila soggetti sani (lo 0,18% tra 18 e 69 anni, l'1,1% nella fascia 70-79, il 3,4% degli ultraottantenni).

Le reazioni degli esperti

Secondo i ricercatori, i risultati incoraggerebbero applicazioni cliniche immediate, data la facilità con cui si testano gli autoanticorpi contro IFN di tipo I nei pazienti affetti da Sars-CoV-2. Tra queste, ci sarebbe lo screening nella popolazione generale prima dell'infezione. Per il dottor Casanova i dati spiegherebbero parte dell'alto rischio di Covid critico nelle persone anziane. Fiducioso anche Aaron Ring, immunologo presso la Yale School of Medicine di New Haven, nel Connecticut, non coinvolto nella ricerca: "Hanno scavato a fondo per vedere quanto siano comuni questi anticorpi nella popolazione generale, e si è scoperto che sono sorprendentemente diffusi".