Covid, focolaio di infezione in casa di riposo francese. Muore l'unico non vaccinato

I contagi dovuti alla fragilità degli ospiti: anziani, con patologie e una funzione immunitaria compromessa. Lo studio: "Non abbandonare le misure di prevenzione". Graziano Onder: "Il vaccino sta funzionando, presto la terza dose"
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Nelle case di riposo, la vaccinazione antiCovid di tutti gli ospiti potrebbe non essere sufficiente per proteggerli dall'infezione. Ma per fortuna li protegge dalla malattia grave e dalla morte. La notizia arriva dai ricercatori dell'Etablissement d'Hebergement pour Personnes Agèes Dèpendantes Leon Dubedat, dell'Hopital Charles Foix e della Sorbonne Universitè che hanno studiato un focolaio avvenuto in una struttura francese, dove quasi la totalità dei 74 residenti era stata completamente vaccinata con Pfizer.

In 17 hanno contratto l'infezione, due sono stati ricoverati in ospedale e un anziano è morto: era l'unico a non aver ricevuto alcuna dose di vaccino.

Il team, guidato dalla dottoressa Catherine Burugorri-Pierre, ha esaminato nel dettaglio il focolaio di variante Alfa avvenuto a Biscarrosse la scorsa primavera, per capire come mai, nonostante l'alta percentuale di immunizzazione, l'infezione si sia diffusa a macchia d'olio fra tutti gli anziani residenti, che avevano un'età media di circa 88 anni, e anche fra il personale.

"C'è una grande speranza che la vaccinazione riduca il carico di Covid sui residenti delle case di cura, che sono stati significativamente colpiti da questa pandemia. Recenti studi immunogenici hanno trovato titoli ridotti anticorpi neutralizzanti post vaccino fra i più anziani, suggerendo il potenziale di una ridotta efficacia in questa popolazione", spiegano i ricercatori sul Journal of American Medical Association. E quello che è accaduto sulle rive del lago di Cazaux è diventato un caso di studio, un esempio reale di come il virus possa diffondersi in una comunità a rischio.

Ed ecco come è andata: una residente vaccinata si è infettata a causa di un contatto con un visitatore che presentava sintomi. Appurata la positività del parente - quattro giorni dopo l'ingresso in struttura - tutti i residenti e gli operatori sanitari sono stati ripetutamente sottoposti a tampone nasale per controllare la diffusione dell'infezione. L'anziana è risultata subito positiva e asintomatica, ed è stata isolata, per poi diventare sintomatica due giorni dopo e trattata con ossigenazione nasale, infusione di liquidi e anticoagulanti.

Complessivamente, tra i 74 residenti, immunizzati al 97,3%, in 17 si sono ammalati: la maggior parte degli anziani non ha sviluppato malattia grave, due sono stati ricoverati in ospedale mentre il paziente non vaccinato è morto. Tra i 102 operatori sanitari che lavoravano nella struttura, di cui solo il 33,3% risultava vaccinato, si sono ammalati in 12. In 5 hanno mostrato sintomi, ma nessuna malattia grave: nove di loro non erano immunizzati.

Focolaio tra i vaccinati

"I risultati di questo studio di coorte suggeriscono che un focolaio può verificarsi anche tra i residenti completamente vaccinati - scrivono i ricercatori - l'insorgenza di questa epidemia può essere associata all'immunosenescenza, a una funzione immunitaria compromessa e alle condizioni di salute dei residenti, come il diabete e il cancro".

C'è poi da dire che "questi risultati si sono verificati in un ambiente in cui solo il 30% dei membri del personale era stato vaccinato", ricordando che l'immunità di gregge dei pazienti è insufficiente a proteggerli se continuano a venire a contatto con persone non vaccinate e altri possibili portatori. Insomma: "La vaccinazione antiCovid tra i residenti delle case di riposo, sebbene contribuisca a ridurre la possibilità di sviluppare un'infezione grave, potrebbe non essere sufficiente come mezzo di prevenzione per le popolazioni più vulnerabili e quindi le altre misure di prevenzione non dovrebbero essere ancora abbandonate in questi contesti".

Concorda pienamente il professor Graziano Onder, geriatra del Gemelli nonché autore del report sulla sorveglianza delle strutture residenziali sociosanitarie in Italia durante l'emergenza Covid-19 dell'Istituto Superiore di Sanità. "In queste strutture si trovano le persone più fragili, con malattie croniche e una risposta immunitaria meno brillante di altre, ecco perché saranno tra i primi a ricevere una terza dose di vaccino - spiega, commentando lo studio francese - deve essere chiaro a tutti che il vaccino è e continuerà ad essere indispensabile: dal monitoraggio che stiamo svolgendo come Istituto Superiore di Sanità è chiaro l'effetto benefico che c'è stato sinora. Basta guardare i dati dell'ultimo report  per vedere che il picco che c'è stato in Italia fra marzo e maggio 2021 non si è verificato all'interno di queste strutture. E se è stato così è solo perché il vaccino sta funzionando".

Il sistema immunitario degli anziani può avere una risposta minore al vaccino e questo può aumentare le loro probabilità di ammalarsi, ma "come si evince da quanto successo in Francia, è chiaro che la campagna vaccinale ha funzionato dato che nessuna delle persone vaccinate è morta.

L'immunizzazione serve proprio a questo: ridurre i casi gravi, l'ospedalizzazione e la mortalità. Questo però non deve far allentare le altre misure di prevenzione. È giusto che le Rsa siano aperte alle visite dei parenti, ma sempre in sicurezza: bisogna indossare la mascherina, praticare il distanziamento dove necessario ed essere vaccinati", ricordando come in Italia l'ingresso alle strutture sia vincolato dal Green Pass. "E questo deve valere anche per tutti coloro che ci lavorano all'interno. Il mio parere è che la vaccinazione sia fondamentale per tutto il personale: chi non lo è, non può stare a contatto con pazienti fragili e compromessi, sennò tutti i nostri sforzi saranno stati vani".