Prostata, ecco come intervenire per salvare il sesso

Sei milioni di italiani soffrono di iperplasia. E l'intervento ha conseguenze che spesso influenzano negativamente la qualità della vita: ma nuove tecniche riducono il rischio
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Più della metà degli uomini sopra i 50 anni soffre dell'ingrossamento benigno della prostata, la cosiddetta iperplasia prostatica benigna (Ipb), che può rendere difficile urinare normalmente. Oggi interventi basati su nuove tecniche, definite "ultra mini invasive", consentono di trattare efficacemente questo disturbo, con una riduzione degli effetti collaterali dell'intervento chirurgico tradizionale e del trattamento farmacologico. A presentare queste metodiche, nuove ma ormai consolidate, sono gli urologi durante il 94° convegno nazionale della Società italiana di urologia (Siu), in corso a Riccione. Si va da stent prostatici temporanei, che creano un canale per far fuoriuscire l'urina, fino a stent permanenti che dilatano l'uretra, dall'utilizzo di un particolare vapore acqueo fino a uno specifico laser per disostruire la prostata.

Gli effetti collaterali dei trattamenti classici

Ben 6 milioni di italiani soffrono di questo fastidioso disturbo, il più frequente negli uomini over 45, che ha un impatto anche importante sulla qualità della vita. I sintomi vanno dal bisogno di urinare spesso, anche di notte, alla tensione addominale fino ad altri fastidi nella minzione. La prima scelta è di solito la terapia con farmaci, che spesso però non è sufficiente e che può comportare vari effetti collaterali. Fra questi c'è l'ipotensione e l'eiaculazione retrograda, in cui lo sperma viene eiaculato all'interno e non all'esterno della vescica e che può essere causa di infertilità. Ma può manifestarsi anche uno scarso controllo dei sintomi con conseguenze come sangue nelle urine, infezioni e calcoli alla vescica. La seconda opzione di solito è l'intervento chirurgico tradizionale, anche questo spesso associato all'eiaculazione retrograda, che in alcuni casi oggi può essere sostituito da un trattamento chirurgico mini invasivo.

Le tecniche "ultra mini invasive"

Le opzioni sono varie e possono essere calibrate sulla necessità del paziente. "Ci sono stent temporanei -  spiega Giuseppe Carrieri, ordinario di Urologia all'Università di Foggia, componente del comitato esecutivo della Siu -  inseriti endoscopicamente all'interno della prostata, che in pochi giorni, esercitando una pressione, incidono il tessuto e consentono di liberare l'uretra e creare un canale per il flusso urinario". Ma si possono utilizzare anche sistemi permanenti. "È il caso - prosegue l'urologo - di una tecnica che usa stent simili a graffette, che consentono di tenere aperta l'uretra, prima ristretta a causa dell'ingrossamento". Ci sono poi metodi basati sull'uso dell'acqua fredda e del vapore acqueo. "La prima si fonda su una tecnologia ad acqua fredda e la seconda sul vapore acqueo che rilascia calore", aggiunge Carrieri, "ed entrambe le tecniche consentono di eliminare l'ingrossamento". Ma anche un particolare laser può venire in aiuto. "Il laser ad olmio (ma ce ne sono anche altri tipi) inserito endoscopicamente - prosegue l'esperto - frammenta e consente di asportare parte della parte in eccesso della ghiandola".

Dallo stato dell'arte ai vantaggi

L'efficacia clinica e la sicurezza sono dimostrate anche se i risultati degli studi sono ancora in fase di validazione. "Tutte le tecnologie "ultra mini invasive" hanno già il marchio CE - sottolinea Francesco Porpiglia, ordinario di Urologia dell'Università di Torino e responsabile dell'ufficio scientifico Siu - e sono già impiegate in ambito ambulatoriale e in day hospital tramite il sistema sanitario nazionale. Tuttavia, ad oggi il loro accesso è consentito tramite richieste specifiche e le nuove metodiche sono ancora utilizzate meno della chirurgia tradizionale". L'auspicio, aggiungono gli urologi, è che in un futuro prossimo queste tecniche entrino sempre più fra i trattamenti offerti, visti i vantaggi per il paziente.

 

Tutte queste tecniche riducono i rischi, rispetto a quelle tradizionali, spiegano gli urologi, di disfunzione erettile e eiaculazione retrograda e di emorragie, per cui sono maggiormente indicate nei pazienti in trattamento con anticoagulanti, che non devono più interrompere le terapie. "I benefici vanno dalla riduzione di spiacevoli effetti collaterali alla migliore risoluzione del problema", chiarisce Porpiglia. "In vari casi non è necessario sottoporre il paziente all'anestesia totale e al ricovero, oppure è sufficiente una breve degenza, e inoltre calano i tempi di ripresa post-operatoria". Insomma, a fronte di un investimento economico iniziale superiore, i costi potrebbero essere tagliati, su ampia scala, considerando l'impatto di tutti questi elementi. "Numerosi pazienti di età dai 50 ai 65 anni e con iperplasia prostatica benigna indicano una preferenza verso queste alternative", conclude l'esperto, "soprattutto per preservare la funzionalità sessuale e la fertilità".