Pensieri e parole, psicovocabolario per il tempo presente. Il podcast che parla di guerra, identità e sogni

Vittorio Lingiardi (photo by Anna Nadalig)
 
Un racconto che parla di paura e di emozioni. Di termini che ci aiutano a conoscerci. Da martedì 5 luglio su One Podcast e su tutte le altre piattaforme
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C'è una poesia di Montale, si intitola "Le parole". È perfetta per introdurre le sei parole che ho scelto per il podcast che abbiamo chiamato Pensieri e parole. Psicovocabolario per il tempo presente. I suoi versi dicono così: "Le parole/se si ridestano/rifiutano la sede/più propizia, la carta/di Fabriano, l'inchiostro/di china, la cartella/di cuoio o di velluto/che le tenga in segreto".

Le parole sono infatti particelle viventi immerse nella psiche: ho cercato di ridestarle, percorrerle come ponti sospesi tra storia e memoria, mondi da esplorare. Con le loro radici, i significati nascosti, i nostri ricordi fatti di canzoni, di libri, di film.

Parole, direbbe Ivano Dionigi, emerito di Letteratura latina all'Università di Bologna, da "sottrarre alla chiacchiera", "richiamare dall'esilio per nominare il novum del nostro tempo".

La prima parola è GUERRA e fa male. Quando lo abbiamo concepito, sei o sette mesi fa, il podcast non la contemplava. Ma da quando è nel cuore dell'Europa abbiamo iniziato a pronunciarla tutti i giorni, pur sapendo che non aveva smesso di esplodere nel mondo.

Non è stato facile prenderci confidenza, tra rimozione e pudore. Ancora caldo di lettura il monito di Beppe Fenoglio: "Voi non potete parlare - urlò il Fenoglio - La sua voce investiva come un vento i vecchi smorti tendaggi. - Voi non avete visto il sangue e la merda e il fango. Vecchi maiali, andate a vedere la merda e il sangue e il fango e poi parlerete, se ne avrete ancora voglia". Ma guerra è parola incancellabile, le abbiamo anche dedicato un giorno, il martedi, giorno di Marte. È l'opera umana di un orrore inumano.

Le altre cinque parole le ho scelte per curarci e per conoscerci. La seconda è CURA. Che non è la semplice applicazione delle proprie competenze a una situazione di bisogno o sofferenza, per esempio di una persona malata o inferma. La cura è una custodia, una sollecitudine, l'avere a cuore. Cura è prendersi cura. Ed è bene che ogni medico ricordi, risalendo al mito, di essere un "guaritore ferito". E che lui stesso, lei stessa, è un farmaco.

La terza parola è IDENTITÀ. La possiamo definire? Forse possiamo solo costeggiarla in navigazione. La costruzione dell'identità, personale e collettiva, ci accompagna tutta la vita: all'inizio grandi linee biologiche e ambientali definiscono un profilo che, col tempo, si trasforma. Siamo unici ma abitati da molti, siamo interi ma attraversati dalle intermittenze del desiderio: ciò che vorremmo essere, che temiamo di diventare, che non abbiamo il coraggio di ammettere che siamo.

La quarta parola è SPECCHIO. Dallo specchio magico della Regina di Biancaneve ("Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?") ai neuroni specchio, le possibilità del riflesso sono infinite. "I'll be your mirror" cantano i Velvet Underground, ma cosa vediamo allo specchio? È vanità o conoscenza? Nel dubbio, ascoltiamo Jean Cocteau ("Gli specchi dovrebbero riflettere un momento prima di restituire le immagini") e ripassiamo il mito di Narciso, che parte da Ovidio, arriva a Freud ed esplode sui social.

La quinta parola è FIDUCIA, la "base sicura" che ci consente di affrontare il mondo, il terreno su cui si sviluppa ogni legame affettivo stabile. Costruirla, con strumenti e modi diversi, è il compito di ogni relazione: di un genitore, di una terapeuta, di un amico, di un partner. Dobbiamo molto a chi ci ha dato fiducia. E oggi, dopo la pandemia, sappiamo che fidarsi degli altri è anche fidarsi della loro scienza e della conoscenza: la "fiducia epistemica".

La sesta e ultima parola è SOGNO: chiude il nostro viaggio perché, onirica ma anche politica, contiene il passato di ciascuno e il futuro di tutti. Enigmatici e intraducibili, nessuno - sciamano, psicoanalista o scienziato - ha ancora capito la sostanza di cui sono fatti i sogni. Tra psicoanalisi e neuroscienze, nostre guide oniriche saranno le note di "Sonno elefante" di Paolo Conte e i versi di Patrizia Cavalli, che da poco ci ha lasciato ma sarà con noi per sempre: "Basta,/scivolo nel sonno, qui comincia/il mio libero arbitrio, qui tocca a me/decidere che cosa mi accadrà,/come sarò, quali parole dire/nel sogno che mi assegno".

Rileggiamolo: quali parole dire, nel sogno che mi assegno.