esmo 2021

L’immunoterapia per il tumore al collo dell’utero più aggressivo

Crediti: National Cancer Institute via Unsplash 
I risultati arrivano dal congresso europeo di oncologia medica. Pembrolizumab in combinazione con la chemioterapia nel trattamento di prima linea aumenta la sopravvivenza globale
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NELLA Giornata mondiale dedicata ai tumori ginecologici, dal Congresso europeo di oncologia medica (Esmo) arriva una notizia importante per le pazienti colpite dalla forma di cancro al collo dell’utero più grave, quella persistente, ricorrente o metastatica. La notizia riguarda la combinazione di un immunoterapico - pembrolizumab - con la chemioterapia standard: in prima linea di trattamento, questa combinazione ha dimostrato di poter migliorare la sopravvivenza globale, portandola a oltre due anni. I dati provengono dallo studio clinico Keynote-826 e sono stati pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine.


“L’immunoterapia ha già dimostrato di essere efficace nel trattamento del tumore della cervice in seconda linea dove aumenta la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia”, spiega Domenica Lorusso, professore associato di Ostetricia e Ginecologia, Responsabile UOS Programmazione Ricerca Clinica del Policlinico Gemelli di Roma, coordinatore nazionale dello studio Keynote-826 nel centro che in Italia ha arruolato il maggior numero di pazienti: “I risultati dello studio Keynote-826 sono in grado di cambiare la pratica clinica quotidiana nella terapia in prima linea. La combinazione di pembrolizumab con la chemioterapia migliora la sopravvivenza globale di ben 8 mesi rispetto alla sola chemioterapia e si registra un vantaggio di due mesi nella sopravvivenza libera da progressione a fronte di una tossicità assolutamente maneggevole”. 


Immunoterapia più chemio come primo trattamento

Lo studio ha valutato l’efficacia di pembrolizumab (immunoterapia anti-PD-1) in combinazione con chemioterapia (paclitaxel e cisplatino o carboplatino, con o senza bevacizumab), rispetto alla sola chemioterapia (con o senza bevacizumab) in oltre 600 pazienti con un’età media di 51 anni. La sopravvivenza globale mediana nel braccio trattato con pembrolizumab è stata pari a 24,4 mesi, rispetto a 16,5 mesi nell’altro braccio, con una riduzione del rischio relativo di morte del 33%. La sopravvivenza libera da progressione mediana è stata, rispettivamente, di 10,4 mesi e 8,2 mesi, mentre il tasso di risposta obiettiva è stato del 65,9% rispetto al 50,8%. La durata media della risposta è stata di 18 mesi (con un intervallo da 1,3 a 24,2) nel primo caso, contro 10,4 mesi (intervallo da 1,5 a 22) nel secondo. Il beneficio è stato osservato indipendentemente dalla aggiunta di bevacizumab al regime chemioterapico.


La seconda causa di morte per cancro nelle giovani

In Italia il carcinoma della cervice uterina rappresenta il quinto tumore per frequenza nelle donne sotto i 50 anni (4% dei casi) e nel 2020 sono state stimate 2.400 nuove diagnosi. “Questa neoplasia continua ad essere la seconda principale causa di morte per cancro nelle giovani donne tra i 15 e i 44 anni e storicamente presenta prognosi sfavorevole se diagnosticato in fase avanzata”, sottolinea Nicoletta Colombo, professore associato Università Milano-Bicocca e Direttore del Programma di Ginecologia Oncologica dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano: “Questi importanti risultati di sopravvivenza supportano pembrolizumab in combinazione con chemioterapia con o senza bevacizumab come potenziale nuova opzione di trattamento di prima linea delle pazienti con tumore della cervice persistente, ricorrente o metastatico”.


L’aumento dei casi avanzati e aggressivi

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato la sfida ambiziosa di sconfiggere il tumore della cervice uterina entro il 2050, ma siamo ancora lontani dall’obiettivo. “L’obiettivo reale - continua Lorusso - deve essere quello di eradicare completamente il tumore della cervice uterina grazie al vaccino e ai programmi di prevenzione secondaria già disponibili. Continuiamo a osservare, soprattutto nell’ultimo periodo, pazienti giovani con tumori della cervice aggressivi. I flussi migratori portano nei Paesi occidentali donne che provengono da zone dove non sono disponibili programmi di prevenzione primaria e secondaria”. Anche per questo servono farmaci più mirati. “Pembrolizumab in combinazione con chemioterapia con o senza bevacizumab è il primo regime basato sull’azione anti-PD-1/PD-L1 a dimostrare un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza globale nel trattamento di prima linea delle pazienti con tumore della cervice persistente, ricorrente o metastatico”, aggiunge Roy Baynes, Senior Vice President and head of global clinical development, Chief Medical Officer, Merck Research Laboratories: “Questi risultati - conclude - evidenziano il ruolo fondamentale di pembrolizumab nel miglioramento dell’outcome delle donne con tumore della cervice persistente, ricorrente o metastatico. Continuiamo a dare priorità alla ricerca di terapie che possano prolungare la vita dei pazienti che devono affrontare tumori mortali, come quello della cervice, attraverso approcci combinati innovativi”.