Esmo 2021

Tumore del polmone: combo di due farmaci ritarda di 6 mesi la progressione soprattutto nei fumatori

Presentati all’Esmo i risultati dello studio Beverly che ha coinvolto 160 pazienti di 43 centri del nostro Paese. Anche la percentuale di persone con riduzione delle dimensioni del cancro è aumentata dal 50% al 70%. L’efficacia è maggiore nei fumatori
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Sei mesi di tregua. Sono quelli che riesce a regalare la combinazione di due farmaci, bevacizumab e erlotinib, ai pazienti con tumore del polmone che presentano la mutazione di un gene (EGFR). Un risultato possibile grazie alla doppia azione che si ottiene combinando bevacizumab, farmaco antiangiogenico che ostacola la capacità del tumore di creare i propri vasi sanguigni, con erlotinib, una delle prime molecole ‘intelligenti’ approvate per questa patologia negli ultimi anni. Il dato emerge da Beverly, studio clinico multicentrico randomizzato di fase 3, promosso e coordinato dall’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli e presentato al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Eemo), che si chiude oggi.

Quindici mesi senza progressione della malattia

Questo nuovo studio è stato realizzato sulla spinta dei risultati promettenti riportati in una sperimentazione giapponese pubblicata nel 2014 e con l’obiettivo di confermare questi dati  nei Paesi occidentali. “L’aggiunta di bevacizumab alla terapia con erlotinib - spiega Francesco Perrone, membro del Direttivo nazionale Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e direttore Struttura Complessa Sperimentazioni Cliniche del ‘Pascale’ di Napoli - ha ritardato la progressione della malattia di circa 6 mesi rispetto ai pazienti trattati con il solo erlotinib. Centosessanta pazienti sono stati trattati con erlotinib da solo o con la combinazione di erlotinib più bevacizumab in 43 centri del nostro Paese e poi confrontati. Il tempo senza progressione della malattia è risultato significativamente più lungo per il gruppo di pazienti trattati con la combinazione, con una durata mediana di 15 contro 9 mesi. E la percentuale di pazienti con riduzione delle dimensioni del tumore è aumentata dal 50% al 70% con la combinazione”.

L’impatto sulla qualità di vita

Questi risultati sono stati confermati anche quando i test radiologici che valutavano la malattia sono stati esaminati in modo indipendente da radiologi all’oscuro del trattamento praticato. Anche la sopravvivenza globale è stata più lunga (33 contro 22 mesi alla mediana) per i pazienti che hanno ricevuto la combinazione, ma questo risultato al momento non è statisticamente significativo. “La maggiore efficacia della combinazione è risultata associata ad un profilo di tossicità un po’ peggiore, ma del tutto in linea con le attese – afferma Marilina Piccirillo, dirigente dell’Unità di Sperimentazioni Cliniche del ‘Pascale’, che ha presentato lo studio Beverly all’Esmo. “Si è registrata una maggiore frequenza di eventi come l’aumento della pressione sanguigna, lievi problemi renali (effetti collaterali tipici di bevacizumab) e eritema della pelle (dovuto a erlotinib che è stato somministrato per un tempo più lungo nei pazienti trattati con la combinazione). La qualità della vita non è risultata diversa tra i due gruppi a confronto. Riteniamo che questi dati siano importanti, perché ‘Beverly’ rappresenta la più convincente prova sull’efficacia della combinazione in una popolazione di pazienti occidentali. Inoltre, le analisi di sottogruppo generano l’ipotesi che il beneficio possa essere rilevante soprattutto per i pazienti fumatori o ex fumatori, ipotesi che merita di essere ulteriormente esplorata nei futuri studi clinici”.

Nuove prospettive di cura

“L’associazione farmacologica studiata in Beverly - sottolinea Perrone - è registrata dall’ente regolatorio europeo (Ema) - e potrebbe essere utilizzata nei pazienti che, per qualche motivo, fossero non candidati al trattamento con un altro farmaco, osimertinib, oggi prevalentemente utilizzato come prima scelta. Inoltre, sarà utile esplorare in ulteriori studi clinici se l’aggiunta dei farmaci che contrastano la capacità dei tumori di costruirsi i propri vasi sanguigni possa risultare efficace anche in associazione ad altri farmaci diretti contro la mutazione dell’Egfr, in particolare nei pazienti fumatori o ex fumatori al momento della diagnosi”. Nei prossimi mesi, il gruppo di ricerca di Nicola Normanno, direttore scientifico dell’Istituto napoletano, condurrà l’analisi molecolare dei campioni di sangue (le cosiddette biopsie liquide) raccolti prima e durante il trattamento. “Grazie a queste analisi – conclude Perrone - si verificherà se è possibile identificare gruppi di pazienti con maggiori o minori probabilità di trarre beneficio dal trattamento con l’associazione di bevacizumab ed erlotinib”.