Contenuto riservato agli abbonati

Un pugno a una donna nel Bellunese: le lesioni sono prescritte ma 27 anni dopo parte la causa per i danni

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un bellunese. Il procedimento dura dal 1994 ed è terminato solo per i risvolti penali

BELLUNO. Un pugno del 1996. E ancora se ne parla. La giustizia è lenta, ma inesorabile: non è un proverbio, bensì un modo per sdrammatizzare dei magistrati, quando i tempi di un procedimento sono diventati eterni. Ventisette anni dal momento dei fatti al pronunciamento della Corte di Cassazione sul ricorso sono roba da record negativo del mondo. Poi speri che davvero ci si possa adeguare ai ritmi del resto d’Europa.

Il caso del bellunese Andrea Mezzavilla e di una donna è sempre aperto e, a questo punto, avrà degli sviluppi in sede civile. L’ultima puntata è quella dello scorso marzo, quando la suprema corte ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, condannandolo al pagamento delle spese processuali e di 3 mila euro in favore della Cassa delle Ammende.

Peraltro le carte erano già passare per Roma e ci sono anche tornate. Con la sentenza del 3 febbraio dello scorso anno la Corte d’Appello di Venezia, decidendo sull’annullamento disposto dalla sezione quinta, ha confermato la pronuncia del 9 novembre 2004, con la quale il giudice per le indagini preliminari aveva dichiarato il non luogo a procedere per il reato di lesioni aggravate, in quanto era passato troppo tempo ed era intervenuta la prescrizione.

E aveva tolto l’aggravante dell’«indebolimento permanente dell’organo della masticazione e dell’incapacità di attendere alle normali occupazioni per un periodo superiore ai 40 giorni». In ogni caso, Mezzavilla era stato condannato al pagamento delle spese processuali.

Sette anni e mezzo e il reato non c’è più. L’avvocato Zullo, difensore di Mezzavilla, ha presentato un altro ricorso, fondandolo su tutta una serie di motivi, anche molto tecnici e chiedendo l’annullamento delle sentenza di primo grado, confermata dalla Corte d’Appello.

L’imputato era colpevole e in tutto e per tutto, ma secondo il legale erano state travisate le deposizioni dei testimoni oculari. Per dirne una, il verbo spostare è stato considerato alla stessa stregua do colpire e le dichiarazioni dell’imputato sono state interpretate quasi come una confessione, fermo restando che ci sarebbe stata una provocazione da parte della donna e del suo compagno.

Zullo avrebbe voluto anche una nuova perizia, che superasse quella disposta nel primo grado di giudizio, ma è stato tutto inutile e adesso ci sono tutti i presupposti per l’avvio di una causa civile, nella quale quantificare il risarcimento danni. Dopo ventisette anni e la mancata costituzione di parte civile, è finito il penale, ma sta per cominciare una causa e, dunque, non è ancora finita.

Video del giorno

Incendi in Sardegna, il rogo a pochi metri dalle case di Porto Alabe

Spigola in crosta di pomodorini secchi e pistacchi

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi