Olimpiade, la favola di Soraya Paladin. Con la bici sul Monte Fuji e lassù la stella di Chiara

Dalla bimba di sei anni che sfoggiava orgogliosa la maglia della Rinascita Ormelle ai Giochi Olimpici. Una storia di impegno, di duri allenamenti e di amicizie meravigliose, che neanche la morte può cancellare. «E pensare che a 19 anni non ne volevo più sapere della bici, dentro di me prevaleva il rifiuto. I sacrifici pesavano,  il richiamo degli amici. Ma quell’anno e mezzo di stop mi è servito: il ciclismo era la mia strada»

CIMADOLMO. C’era una volta una bimba che a sei anni scopriva la bici e sfoggiava orgogliosa la maglia della Rinascita Ormelle, con il direttore sportivo Franco Lampugnani a indicare la rotta.

C’era una volta una ragazzina che d’estate si cimentava con il ciclismo, riservando l’inverno a pallavolo, calcio, nuoto. C’era una volta una neo diplomata che si concedeva un periodo sabbatico, chiedendosi se fosse il caso di continuare a sacrificarsi per la due ruote. Per sua fortuna (e per la gioia di Italbici e dei suoi tifosi), Soraya Paladin si diede, risultati alla mano, la risposta giusta: un convinto sì.

E domenica, su e giù per il Monte Fuji, quella bimba che esibiva fiera una Pinarello verde per le vie di Ormelle - dove il papà gestiva un bar - si godrà la soddisfazione più bella della carriera: maglia azzurra nella prova in linea all’Olimpiade ( domenica mattina dalle 6 in piazza a Cimadolmo sarà installato maxi-schermo per seguire in diretta la gara).

Soraya, con quel nome che evoca la cinematografia, vivrà una piccola favola: l’ex calciatrice del Salgareda - sul rettangolo verde conobbe l’amica Alice (Mazzola) che le suggerì di puntare forte sul ciclismo: alternarono per un po’ pallone e bici, poi in sella ci restò solo Paladin - sfiderà le olandesi nella gara che vale più di tutte. Ma, al di là degli incroci della vita, il ciclismo l’aveva forse già nei geni.

I genitori Carmen e Lucio sono cicloamatori (il papà, all’Ormelle, l’ha pure allenata). La “sua” Cimadolmo, dove s'è trasferita a otto anni, sta al ciclismo come Maranello alla Formula 1. Su quelle strade, è cresciuto Gianni Giacomini, iridato dilettanti a Valkenburg ’79. Da quelle parti, ha affinato il talento Peter Sagan, il fuoriclasse slovacco tre volte campione del mondo. E sempre lì, è sbocciata la passione di Soraya.

L’ha innaffiata di pari passo con la sorella Asja, pure lei in gruppo fino all’anno scorso. «Archiviata la maturità scientifica, mi ero iscritta all’università», racconta Soraya, «Non ne volevo più sapere della bici, dentro di me prevaleva il rifiuto. I sacrifici pesavano, a 19 anni hai il richiamo degli amici. Ma quell’anno e mezzo di stop mi è servito: il ciclismo era la mia strada».

Le prime gare da bambina

E l’amore per pedivelle e tubolari è diventato persino più forte. Con Asja compagna d’allenamento (per parecchi anni, pure di squadra) e prima tifosa. Smessi i panni dell’atleta, ha dato vita a un Fans Club con magliette e mascherine personalizzate. Per la prima volta non potrà seguire Soraya dal vivo, l’era Covid costringerà tutta la famiglia (compreso l’adorato cane Blue, un bulldog francese) al divano.

Ma cosa passa ora nella mente dell'azzurra di Salvoldi tutti lo sanno bene. «Cinque anni fa applaudivo l’oro di Viviani e il bronzo di Longo Borghini, ora lì in mezzo ci sono pure io», il pensiero ricorrente delle ultime settimane. Ma si faranno largo pure i ricordi dei primi allenatori, delle prime garette. I sorrisi della famiglia. I preziosi consigli del mental coach Moreno Biscaro e del preparatore Fabio Baronti.

E pure un brivido per l’amica Chiara Pierobon, compagna alla Top Girls, scomparsa all’improvviso nel 2015: ogni anno Soraya la ricorda sui social, domenica avrà lassù una tifosa speciale.

Inevitabile un riferimento alla prima vittoria da élite, nel maggio 2016 a Egna: la dedica è tutta per Chiara. Ma quel giorno succede pure altro. Paladin inizia a credere nei propri mezzi, capisce che può mettere la testa davanti al gruppo. E trova nella Fassa del direttore sportivo Lucio Rigato, culla di tante future campionesse, l’ambiente giusto per svoltare.

Arriverà l’approdo all’Alé Cipollini, seguirà il trasloco in Olanda alla Liv. Sì, all’università del ciclismo femminile. Perché, nel giro di pochi anni, Soraya diventa fra le più forti in gruppo. Sempre davanti, sempre con le migliori. Al Giro, come nelle classiche. Non è un caso che, in parallelo, il cittì Salvoldi la elegga pedina insostituibile delle sue Nazionali. Mondiali ed Europei in serie, ora pure i Giochi.

«Ma solo nel 2019, quando sono passata alla Liv, ho capito che potevo dire la mia», si schermisce la ragazza. Che finora ha vinto poco, vestendo spesso i panni della gregaria. Campionessa d’altruismo e generosità. «Lavorare per le compagne, vederle vincere grazie a te è emozione impagabile», suole rimarcare Soraya.

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