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Fistarol: dalla Meloni un gol a porta vuota, la marea nera non esiste

L’ex sindaco e parlamentare di Belluno commenta i risultati delle urne: «Non sarà grave per il territorio passare da sei parlamentari ad uno, la cosa importante è che chi va a Roma conti, e De Carlo è uno che conta»

Irene Aliprandi
3 minuti di lettura

«Meloni ha segnato un gol a porta vuota, ha vinto per mancanza di avversari». Maurizio Fistarol, già sindaco di Belluno, deputato e senatore, offre la sua analisi del voto di domenica con una visione che scava in profondità nelle scelte degli elettori.

Fistarol, cosa è successo all’Italia? C’è una marea nera che ha investito il nostro Paese come è successo, ad esempio, in Svezia?

«No. La destra ha vinto perché contro non aveva nessuno. Non c’è nessuna marea nera, nessuno spostamento a destra dell’elettorato. In Svezia il voto è stato contro l’immigrazione, qui no, anche per la furbizia della Meloni. Se guardiamo i dati, il centrodestra arriva al 44%, mentre la somma delle tre forze progressiste (Pd, M5S e Azione) è quasi al 50%. Dal punto di vista politico non c’è spostamento, ma va considerato il punto di vista tecnico: la legge elettorale obbliga i partiti a coalizzarsi per prendere la maggioranza dei collegi. Il centrodestra lo ha fatto, il centrosinistra no. FdI vince, ma i suoi voti sono un travaso: ha svuotato la Lega, perché ormai Salvini dà la nausea, e recupera la componente di centrodestra del M5S. Il potere sarà un collante formidabile nei prossimi mesi, ma tra un po’ la Lega alzerà il tiro così come Forza Italia che non è scomparsa e anzi è essenziale sia al Senato che alla Camera».

Perché l’elettorato vota così, con travasi continui e bocciando il governo uscente?

«Non è un voto contro il governo Draghi, che conserva un larghissimo consenso. Secondo me il problema è che manca una visione politica di ampio respiro, c’è una diffusa mediocrità e mancano leader capaci di comunicare una visione della società, facendo prevalere una gigantesca incertezza verso il futuro. La gente non è insoddisfatta del governo Draghi, ma della situazione economica e sociale che prescinde da Draghi e dipende dalla guerra, dal Covid, dalla recessione e dal clima. Inoltre, bisogna dirlo: c’è un elettorato rimbecillito dai social. Questi elettori vogliono provare ciò che ancora non è stato provato. Il populismo va avanti da vent’anni: prima FI, poi Lega, poi M5S. Chi rimaneva? Meloni è l’ultima possibilità per gente che cerca il salvatore della patria. Ma la conseguenze è che, tanto in fretta arriva il successo, tanto in fretta se ne va. Salvini e M5S ci sono già passati. Il M5S ha recuperato nell’ultimo mese perché ha fatto una campagna efficace verso chi cerca protezione sociale».

Come legge la sconfitta del Partito Democratico?

«Ci sono più ragioni. La prima è contingente: ha scommesso sull’affidabilità del M5S e ha perso. Il Pd ha costruito tutto sul campo largo per poi scoprire che il M5S è inaffidabile. Anch’io lo considero negativamente, ma se mi metto nei loro panni devo dire che il M5S è questo e se non si fosse comportato così avrebbe perso metà del suo elettorato. Non è una forza responsabile di governo. Ma c’è un’altra ragione nella sconfitta del Pd ed è strutturale. Il problema non è solo che il suo gruppo dirigente è inadeguato, mediocre e composto di gente cooptata. Il dramma del Pd è quello della triglia - pesce di mare - gettata nelle acque del Piave: muore. Il Pd nasce per agire in un sistema maggioritario. Io c’ero quando Veltroni ha fatto questa operazione con l’idea che in Italia si sarebbero formati due grandi partiti, ma non è mai avvenuto. Il Pd ha messo insieme tante cose diverse con la logica piglia tutto, ma con questo sistema elettorale non piglia niente e gli elettori gli scappano ovunque: quelli di sinistra votano a sinistra, chi cerca protezione sociale vota M5S e i riformisti moderni scelgono Calenda. O cambia il sistema politico elettorale in senso maggioritario, oppure non ci sarà mai niente da fare per il Pd. E non illudiamoci: i congressi non serviranno a nulla».

Dev’esserci una soluzione.

«Bisogna rifondare il campo progressista basandolo su almeno due grandi forze da 20% ciascuna. Una di sinistra vera che pensa ai diritti, quelli veri e fondamentali come il lavoro e la sanità, non rilanciando sempre con diritti “nuovi”; e un partito riformista non socialista che parli ai giovani di lavoro, ambiente, riconversione economica».

Come vede il Terzo Polo?

«Il suo primo limite è già nel nome. Il secondo è che deve decidere cosa fare: condizionare il centrosinistra ponendosi come il partito riformista che affianca e magari lo guida verso il futuro; oppure giocare una partita solitaria puntando ad un’operazione alla Macron, ma per riuscirci devono cambiare le regole elettorali. Inoltre ha un problema di leadership: Renzi è impresentabile, Calenda è bravo ma funziona solo con le élite. Io che le ho conosciute, penso che Gelmini e Carfagna possano essere le figure giuste, ma serve un passo indietro di due leader con un ego smisurato. Se ce la fanno arriveranno lontani, altrimenti torneranno al 5%».

Veniamo a noi. Belluno passa da sei a un solo parlamentare. C’è da preoccuparsi?

«È andata bene. Con la riduzione dei parlamentari avremmo potuto andare a zero. Io quel mestiere l’ho fatto e posso assicurare che non importa che siano uno o quattro, importa quanto conta a Roma quello che c’è. De Carlo, che è legatissimo a Meloni, può essere uno che conta».

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