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L'anagrafe dice 60 anni eppure per il «Grillo» il tempo s'è come fermato

Gigi Sosso
2 minuti di lettura
 SAN PIETRO DI CADORE. Buongiorno, Grillo. Sessant'anni e sentirsene anche meno della metà. E' il compleanno del campionissimo di fondo Maurilio De Zolt e si potrebbe tranquillamente risparmiare sulle candeline della torta: 25 settembre 1950, dicono all'anagrafe di San Pietro di Cadore, ma forse è un errore di trascrizione. Sembra ieri che ha messo in soffitta gli sci stretti all'età record di 44. Carico di medaglie: alle Olimpiadi, un oro a Lillehammer e due argenti a Calgary e Albertville e ai campionati Mondiali due argenti e un bronzo a Seefeld; un oro a Oberstdorf; un bronzo in Val di Fiemme e un argento a Falun. Una gioelleria, nella sua casa di Presenaio prima e Campolongo poi: «Me ne sento trenta di anni, non di più. Fisicamente sto bene ed è dal 1992 che non vado dal medico. L'ultima volta era successo alla vigilia dei giochi di Albertville, nel 1992: sempre meglio un buon calice di prosecco che una pastiglia, siamo tutti d'accordo, spero».  Il regalo più bello che potrebbe ricevere dagli amici o dalla famiglia?  «Mi aspetto solo di stare bene. Sessant'anni sono una bella cifra e, già che ci sono, mi piacerebbe arrivare a cento, in buona salute. Non ho mai avuto problemi e chissà che continui in questa maniera. Tanti anni di attività e la vita sana aiutano».  Dove andrà a festeggiare questo traguardo e insieme a chi?  «Andremo a Sappada, da Ugo Nardi per una bella pastasciutta. Mia figlia Tiziana compie i 30, il mio amico Bertino ne festeggia 45 di matrimonio e dovremmo essere in una quarantina d'invitati».  I più bei ricordi della sua carriera?  «Ce ne sono tanti di belli. La nascita dei miei figli Luca, Tiziana e Michela e le prime medaglie. Ricordo con grande emozione soprattutto quelle di Seefeld: l'argento nella 50 e in staffetta e il bronzo nella 15».  E il soprannome Grillo quando nasce?  «Già ai tempi della corsa in montagna, che è stato il mio primo sport. Fu Stelio Busin a insegnarmi a sciare e Dario D'Incal a farmi entrare nei Vigili del Fuoco. Devo dire che, nelle prime gare prendevo anche otto minuti di svantaggio, ma non ho mai mollato e sono arrivato al alti livelli. Ho fatto più di quello che mi aspettavo, devo confessarlo».  La caparbietà tipica dell'uomo di montagna e che altro?  «Mi allenavo anche otto ore al giorno, il doppio degli altri fondisti. Non ero un granché come fisico e dovevo lavorare di più, per mettere a punto il motore».  Il «doping» di De Zolt era la pastasciutta con un buon bicchiere di vino, giusto?  «L'alimentazione è stata molto importante. Sono arrivato in Nazionale che avevo 26 anni e tutti pensavano che fossi vecchio. Tra i segreti, c'era quello che mangiavo: anche al Nord, spaghetti alla carbonara e mezzo bicchiere, via. C'era sempre un gran profumo che usciva dalla mia camera d'albergo».  Lillehammer 1994: l'oro olimpico in staffetta con Albarello, Vanzetta e Fauner. Il massimo?  «Una grande giornata, anche perché avevo 44 anni. Feci la prima frazione, tra le bandiere norvegesi e quando partì Silvio Fauner sentii che potevamo farcela, nonostante Daehlie. Memorabile».  Finito di sciare, basta. Di solito, si diventa tecnici o dirigenti. De Zolt?  «La mia grande passione era quella di gareggiare. Grazie a questa, ho potuto girare il mondo. Una volta finita la carriera, sono stato bene a casa e poi devo dire che nessuno mi ha aiutato a cominciare un altro tipo di carriera, anche se i fondisti più forti erano qui in zona. Pazienza: va bene anche così».  Trent'anni nei Vigili del Fuoco e la pensione. Adesso come si tiene in forma?  «Non mi faccio mancare le passeggiate in montagna, faccio qualche corsa e mi dedico alla caccia, alla pesca o alla raccolta dei funghi. Le mie passioni sono queste».  Senza trascurare Marialuisa, meglio conosciuta come Donatella. La signora De Zolt come sta?  «Bene, grazie. Ha un'attività nel mondo dell'occhialeria e le do una mano nella programmazione delle macchine. Il lavoro procede bene. E' tutto a posto».  I suoi eredi sono stati prima Fauner e poi Pietro Piller Cottrer. Arriveranno gli auguri di questi due ragazzi?  «Penso di sì. Siamo rimasti in ottimi rapporti e ci vediamo abbastanza spesso o a Sappada o a qualche cerimonia».  De Zolt muoveva tutto il Comelico, quando gareggiava. I tifosi?  «Mi hanno aiutato tanto. Ho sentito il loro affetto sulle nevi di tutto il mondo e li ringrazio. Li ho sempre nel cuore».  

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