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Reatto, una vita per la palla a spicchi «Io arbitro col sorriso e la battuta pronta»

In serie A ha diretto 614 partite, in Europa ha fischiato i grandi: «A Sabonis dissi: tu sei il principe del Baltico, io delle Dolomiti»

Giovanni Pelosio
3 minuti di lettura

FELTRE

«Perché il basket? Perché è l’unico sport che si gioca con le mani e nel quale il gesto atletico tende verso il cielo».

Marcello Reatto, feltrino, arbitro di pallacanestro, 614 partite di serie A, molte delle quali con i colleghi Tullio e Zancanella, finali nazionali, semifinali di Eurolega e di altre svariate coppe europee, campionati Europei, molti riconoscimenti, tra i quali il premio Reverberi, ma soprattutto la stima e l’amicizia con autentici monumenti della palla a spicchi nostrana e mondiale, da Dan Peterson a Carlton Myers, da Don Nelson a Gianmarco Pozzecco, da Valerio Bianchini a Marcelinho Huertas.

Ventiquattro stagioni di A, la finale del’91 tra Milano e Caserta, quella dello storico scudetto della banda di Franco Marcelletti, una miriade di incontri, esperienze, racconti di un arbitro che ha saputo imporsi con personalità, anche al limite di risultare scomodo e che è partito da Feltre, con premesse simili a moltissimi altri. Ci racconti i suoi primi anni col fischietto al collo.

«Era il 1976», attacca Marcello Reatto, «e facevo parte della Feltrese Basket, avevo tanta passione, ma ero piccolino. Allora, il mitico professor De Cian mi propose di iniziare ad arbitrare, ascoltai il suo consiglio e non lo potrò mai ringraziare abbastanza. Finito il corso arbitri qui a Feltre, mi misero addosso una maglietta, al collo un fischietto e mi spedirono in mezzo al campo. Erano gli anni del torneo Città di Feltre, che dovremmo tornare a organizzare, erano i tempi di quel fortino del basket che era la palestra del Colotti e iniziarono a mandarmi ad arbitrare assieme ai colleghi che salivano da Treviso».

Il salto al basket dei grandi è ben presto arrivato.

«Dopo due anni di giovanili, a 19 anni mi chiamarono a dirigere un torneo estivo vicino a Mestre, dove giocavano atleti di A, appuntamenti che venivano spesso usati come banco di prova per i giovani arbitri. A fine partita venne a trovarmi Gino Burcovich, grande arbitro internazionale e disse a me e al collega che avevamo superato il provino e dal successivo campionato avremmo arbitrato in serie D. Dopo un anno e mezzo nel massimo campionato regionale è arrivato il salto in C, dove sono rimasto tre anni, altrettanti in B e poi la A, dove ho diretto 614 partite, nonostante un anno di squalifica, perché avevo firmato per arbitrare anche in Eurolega. Ho vissuto l’arbitraggio singolo, quello doppio, quello con tre arbitri e ora che arbitro le giovanili, sono tornato a due, insomma ho visto un po’ tutta l’evoluzione arbitrale del basket, ma anche quella del gioco in sé, che da tecnico è diventato fin troppo muscolare».

Non ti sei, però, lesinato impegno e dura preparazione.

«Per raggiungere determinati traguardi bisogna sacrificarsi, per esempio a 18 anni andavo a Mestre, spesso con mezzi di fortuna, per potermi allenare con la squadra locale, nelle cui fila militava il mitico Chuck Jura, dal quale ho imparato tantissimo».

La sua carriera è stata contraddistinta da grandi soddisfazioni e da rapporti franchi con atleti e allenatori.

«Posso dire che fin dal principio ho cercato di imporre la mia personalità. Porto un esempio, il miglior arbitro italiano degli ultimi 30 anni, Paolo Zanon, non voleva arbitrare con me, perché avevamo entrambi una personalità spiccata. L’impatto più duro con un giocatore l’ho avuto, invece, con Sasa Danilovic, che a Caserta mi si rivolse con questa frase: “Ehi amico fischiami il fallo”. E io giovane arbitro gli risposi: “Non sono amico, per te sono signore”. Insomma, dovevo difendermi, erano atleti straordinari, famosi, che facevano sentire il peso della loro fama. Io, che sono un metro e 75, mi trovai di fronte i 2 e 21 di Arvydas Sabonis, nella sua stagione al Real Madrid, che mi disse: “Portami rispetto, sono il principe del Baltico”. E io replicai immediatamente: “E io sono il principe delle Dolomiti, siamo della stessa casata”. Sono un istintivo e passionale e questo, per esempio, mi è servito per avere un bellissimo rapporto con Dino Meneghin, che è una persona di grande intelligenza, che con gli arbitri voleva capire fin dove poteva spingersi. È chiaro che allenatori e giocatori fanno quello che tu gli permetti di fare, l’arbitro deve limitarsi, però, ad applicare il regolamento col buonsenso. Ho cercato di arbitrare con il sorriso e l’ironia, utilizzando il meno possibile i falli tecnici. Questo è stato scambiato per arroganza, ma ho sempre ritenuto di poter risolvere le situazioni più intricate con una battuta, piuttosto che con un tecnico. Confesso, tuttavia, di essermi ispirato a un arbitro di calcio, ossia a Gigi Agnolin, che mi ha trasmesso, avendolo poi anche conosciuto, l’intenzione di voler stare in campo con cultura e passione». —



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