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Genuin, dagli sci stretti alle pareti a picco «Scalare per me è una filosofia di vita»

L’atleta falcadino ha la fortuna di condividere la passione con la compagna Sara: «Siamo di pari livello, si fa tutto insieme»

ilario tancon
3 minuti di lettura

Falcade. È nato fondista, a vent’anni si è messo a domare pareti di falesia e Dolomiti. Ora è un apprezzato allenatore degli sci stretti e uno tra i più forti arrampicatori italiani. Lo scorso anno, con la fidanzata Sara Avoscan, è stato protagonista di “Donnafugata”, il film che racconta la ripetizione della via aperta da Christoph Hainz nel 2004 sulla parete sud della Torre Trieste sul Civetta, 750 metri con difficoltà fino all’ottava. Un personaggio, Omar Genuin; uno sortivo che però in pochi conoscono.

Omar, ti abbiamo conosciuto, giovanissimo, come un promettente fondista...

«Sono cresciuto a pane e fondo. Da 35 anni sono in questo ambiente e non ho mai perso una stagione, come atleta o come tecnico. Ogni anno mi ritrovo sugli sci stretti sempre motivato e contento di essere in pista. Il fondo è stata una parte fondamentale della mia vita: mi ha insegnato che si può vincere, ma soprattutto che si può perdere. Mi ha insegnato che le cose vanno guadagnate col sacrificio e la fatica, che nulla è scontato».

Quali le soddisfazioni più grandi?

«Il terzo posto nel prologo 2. 5 km in classico della Nazionale Giovani di Tesero nel 2001 e la vittoria del Campionato italiano militare del 2003 nella combinata, biathlon e slamon gigante».

Delusioni?

«La caduta, a pochi metri dal traguardo, nello sprint skating di Cogne, nel 2001. Ero in testa nella semifinale con qualche metro di vantaggio, mi sono girato per vedere dove erano i miei avversari e ho infilato un bastoncino in mezzo alle gambe. Game over, nulla più da fare. Aspettavo quell’appuntamento da mesi, è stata una piccola tragedia sportiva. Le gare sprint erano quelle che mi si addicevano maggiormente, ma in quegli anni erano solo agli esordi: ho potuto partecipare solo a una competizione in tutta la mia carriera».

Che cosa ti è mancato per diventare un professionista dello sci di fondo?

«Con i se e con i ma non si va lontano, dunque sostanzialmente non me lo sono mai chiesto. Dico solo che sarei curioso di sapere cosa sarebbe potuto succedere se avessi investito la metà delle energie e la costanza che ho messo nell’arrampicata. Da allenatore ammetto che un atleta come ero io allora lo manderei subito a casa».

Come vedi il fondo di oggi?

«Il movimento è un po’in crisi, c’è poco da girarci intorno. Fatta salva qualche eccezione, a livello internazionale per l’Italia sono anni abbastanza bui. Il numero dei praticanti a livello agonistico è in calo e, potendo lavorare su numeri ristretti, non è facile avere grandi risultati. Ma sono fiducioso. In val del Biois, per esempio, i numeri sono in controtendenza, abbiamo tanti giovani che si sono avvicinati al fondo e negli ultimi anni abbiamo ottenuto ottimi risultati a livello regionale e nazionale».

Dal fondo passiamo all’arrampicata...

«Ho iniziato ad arrampicare nel 2003, quindi relativamente tardi. Ho iniziato con alcuni amici e mia sorella Oriana quasi per scherzo, anche se le pareti mi hanno sempre appassionato fin da bambino».

Che cosa rappresenta per te l’arrampicata?

«Va al di là della passione. È una maniera di vivere. Non riuscirei a immaginare la mia vita senza. La cosa più bella poi è la possibilità di condividere queste cose con le persone giuste; io ho la fortuna di poterlo fare con la mia compagna Sara. E, visto che siamo a pari livello, riusciamo a fare tutto insieme, anche le cose più impegnative».

Dove preferisci arrampicare?

«Mi piace arrampicare ovunque. Ho visto le falesie più belle e famose di mezza Europa. L’arrampicata in falesia però adesso la vedo più come un mezzo di allenamento che come un fine: la motivazione più grande è rivolta alle grandi pareti e alle multipich. Negli ultimi anni mi sono dedicato soprattutto alle pareti dolomitiche, dove con Sara ho salito diverse vie piuttosto impegnative, considerate dei veri banchi di prova per un alpinista, adesso il nostro sguardo si sta spostando verso altre mete. Abbiamo diversi progetti fuori dalle Dolomiti».

Quali sono state le soddisfazioni più grandi?

«In falesia il primo 8 c salito in Slovenia nel 2012. Era un grado al quale mai avevo ambito seriamente. E poi il primo 8 a + a vista nel 2013, ciliegina sulla torta di un viaggio bellissimo in Spagna con Sara durato quasi due mesi. In montagna, per quanto riguarda le “Rotpunkt”, ho particolarmente a cuore la “Due spit alla fine”, un 8 a+ sulle Cime d’Auta, via che ho contribuito all’apertura nel 2007 insieme a Manolo. Per quanto riguarda le salite a vista, Millenium e Coitus Interruptus in Marmolada e C’est plus facile sulla Gusela del Nuvolao. Sono vie relativamente brevi – 200 metri – ma arrivano a toccare l’8 a e salirle al primo tentativo è stata una bella soddisfazione».

Hai mai avuto paura?

«Certo che ho avuto paura. La paura in montagna, se non sfocia in panico naturalmente, è un salvagente che ti fa tenere alta la soglia dell’attenzione».

Ci sono alpinisti ai quali ti ispiri?

«Ho avuto la fortuna di arrampicare con tante figure carismatiche che hanno scritto la storia dell’alpinismo e dell’arrampicata. Tutti mi hanno insegnato qualcosa: dalla sicurezza in parete al rispetto per la roccia ai comportamenti etici. Faccio tesoro di ogni cosa imparata». –

ilario tancon. © RIPRODUZIONE RISERVATA .

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