Paolo De Biasio: «Il trionfo nell’Alpenliga e quella finale dell’85 ricordi indelebili»

Lo storico capitano dell’Alleghe rivive i momenti d’oro biancorossi, quando in riva al lago c’erano moltissimi campioni 

Gianluca Da Poian / ALLEGHE

Alleghe e l’Alleghe nel cuore. Vigile urbano in riva al lago, giocatore negli anni d’oro delle Civette, tifoso ora. Anzi, allena pure Paolo De Biasio, occupandosi però del settore giovanile del Comitato Veneto e della Nazionale under 16.


A 62 anni la passione per l’hockey non si affievolisce. Al momento, tra l’altro, detiene un record: è l’unico capitano alleghese ad aver sollevato un trofeo internazionale. Sì, proprio quell’Alpenliga conquistata nel 1992 a Villach nell’indimenticabile Final Four.

«A cui ci qualificammo all’ultima partita e come quarti in classifica, quindi non certo favoriti al successo finale», ci ricorda.

Le cronache dell’epoca raccontano di un esodo di tifosi partiti da tutto il bellunese.

«E non solo: nella decisiva partita ci supportarono anche gli appassionati locali. In semifinale battemmo i Devils Milano, società di Berlusconi che in rosa aveva di fatto solo giocatori stranieri. Il giorno dopo ci ripetemmo, sconfiggendo il Bolzano delle stelle russe Vostrikov e Masslenikov; ci fu pure un paginone sulla Gazzetta dello Sport. Comunque non mancavano i grandi giocatori nella nostra rosa: Rausse, Cassidy, Vani, Busillo, Chitarroni, il portiere Delfino, un giovanissimo Lino De Toni, molti alleghesi doc. L’allenatore? Il sergente di ferro Paul Theriault. Ma in realtà era duro quando serviva. Di lui conservo un ottimo ricordo».

Andaste invece solo vicini allo scudetto del 1985. Gara 1 viene ricordata tutt’ora per il ritiro della squadra da parte del coach dopo un gol fantasma concesso al Bolzano.

«Io tra l’altro non avevo visto bene quell’azione. So che nel complesso eravamo molto giovani, con il sottoscritto e Tancon tra i più esperti del gruppo. E gli altoatesini ci erano superiori come qualità. Non restava che colmare la lacuna con determinazione e parecchia grinta. Merito di coach Mike Kelly, il quale da subito diede ad ognuno di noi la convinzione di poter giocarsela senza timori. In più contavamo su una rosa numerosa, con quattro o cinque ragazzi costretti ogni partita ad accomodarsi in tribuna. La competizione, ho constatato allora, aiuta eccome a crescere. Pattinavamo pure molto. Gara 2 la giocammo in un De Toni strapieno».

Finì a meraviglia, tra l’altro in diretta Telebelluno.

«Credo vi fossero circa 3 mila persone. Sul 3-3, a sedici secondi dal termine, Tony Circelli scocca un tiro dalla linea blu e regala a tutto il mondo biancorosso gara 3. Fu l’apoteosi. A quel punto speravamo di fare il colpaccio a Bolzano, ma dopo la rete di Costant Priondolo ne subimmo parecchi di gol (14, ndr.). Peccato, i nostri tifosi dopo il vantaggio cantavano “vinceremo il tricolor…”».

Non ha forse vinto troppo poco l’Alleghe?

«Mettiamola così. Negli anni buoni avevamo un budget comunque inferiore a certe potenze. Invece l’Alpenliga tolse parecchie energie. L’altra finale scudetto giocata dai biancorossi fu quella del 2002, persa al cospetto dei Vipers Milano».

In quel mondo di giocatori professionisti, campioni affermati e molti stranieri, come fece lei a diventare un simbolo della squadra biancorossa?

«Credo contribuirono un paio di fattori. In primis la mia grande passione e, successivamente, il carattere. In campo ero agonisticamente sempre sul pezzo. Per dire, cinque contro quattro con noi in superiorità ne ho giocati pochi. Ma nei quattro contro cinque sul ghiaccio non mancavo mai. D’altronde nelle squadre occorre sempre l’equilibrio. Qualità e quantità devono coesistere».

Ricordi particolari dei derby, specie quelli contro il Cortina?

«Ecco, queste partite non lo sentivo. Per me andare a giocare all’Olimpico o in qualsiasi altro stadio italiano, non faceva differenza. In campo erano botte da orbi contro tutti, sportivamente parlando, fuori amici come prima. Ad ogni modo a Cortina mi lega una stranissima coincidenza. Su quel ghiaccio, da avversario, ho esordito nelle giovanili, in serie A e in nazionale».

L’hockey è uno sport di famiglia.

«Mio figlio Francesco vive a Torre Pellice ed ha disputato l’ultimo campionato proprio con la ValpEagle. In precedenza, tanto Alleghe, poi Agordo, Valpellice, Cortina, Milano e Gherdeina».

E lei?

«Io attualmente mi diletto con i giovani. La nazionale under 16 e le giovanili venete. Prima dell’emergenza ero in Canada con la nostra squadra regionale under 13 al prestigioso torneo internazionale Pee Wee».

Niente Alleghe nel futuro?

«Al momento no, seguo da tifoso. Lavoro come vigile, poi ho gli impegni appena descritti. Mi fa piacere che la squadra abbia disputato una grande stagione: prima della sospensione era ancora in piena corsa nei playoff».

Società e comunità hanno pianto molto nelle ultime settimane.

«Con il presidente Renato Rossi se ne è andata una persona unica, difficilmente sostituibile. Nonostante la distanza, ha contribuito a tenere in piedi questo sport. Inoltre la conoscenza gli consentiva di individuare stranieri di assoluto livello. Claudio Franceschini lo ricordo persona d’animo buono, legato come Rossi ad Alleghe. Purtroppo in un paio di giorni se ne sono andate persone speciali. Successivamente ci si è messa pure l’emergenza, la quale ha colpito duro anche la nostra comunità. Penso al turismo, all’economia e così via. Ma ripartiremo tutti assieme».

Parola di capitano. —

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