Mauro De Bon, "Petola" e 31 anni da grandissimo

Il singolare destino di colui che è stato il superbomber bellunese “condannato” a ritirarsi provando a parare un rigore all’Orsago 

SEDICO

Mauro De Bon, storia di un bomber che ha chiuso la carriera… tra i pali dopo 31 stagioni in prima squadra.


Non ci sono attaccanti bellunesi che possano vantare una così lunga carriera sui campi da calcio. Né ci sono molti calciatori bellunesi che possono dire di aver segnato quanto lui. Mauro, uno dei quattro talentuosi fratelli De Bon, è certamente quello che ha vinto di più, quello che ha avuto le soddisfazioni maggiori dal mondo del pallone, ma anche qualche cocente delusione.

Dall’esordio, a sedici anni, con la maglia del Sedico, di cui è diventato una delle bandiere più rappresentative di sempre, avendoci giocato in tutto per una ventina di stagioni. Al ritiro, a 47 anni suonati.

Ancora con la maglia del Sedico. Passando per Cappella Maggiore, Belluno, Cavarzano e Mel.

Mauro De Bon detto “Petola”. Come mai?

«Hanno cominciato a chiamarmi così da quando avevo otto o dieci anni e giocavo con quelli più vecchi di me. Ero piccolino, correvo di qua e di là ed ero, pertanto, sempre in mezzo alle gambe dei più grandi. Di qui il soprannome…».

Mauro De Bon prima del Sedico.

«Da piccolino sono cresciuto nel vivaio del Salce. Poi, a quattordici anni, quasi quindici, mi sono spostato a Libano per fare la preparazione con il San Giorgio dove avremmo dovuto fare il campionato Allievi. Ma eravamo in tre: io, Boccanegra e Capraro. Per fortuna, di lì a poco, è arrivato il buon Adriano Buoso e ci ha detto di andare con lui a Sedico a fare gli Allievi regionali. Poi, a 16 anni, sono passato in prima squadra grazie a Gigi Fregona che ha creduto in me e mi ha lanciato. Ho iniziato così il mio primo di trentuno campionati in prima squadra».



Ricordi ancora l’esordio?

«Certo, e come non potrei? Esordii a Cison di Valmarino, contro la Cisonese. Se non ricordo male perdemmo 2-1. Avevo in squadra marpioni come Roni, Mezzacasa, il portiere Turchetti, Pescosta, Gazzi, solo per citarne alcuni. Io ero appena sedicenne e già ero timido di mio. Figuriamoci in mezzo a gente di questo calibro. Non potevo neanche fiatare, ero lì tutto quasi impaurito. Ma mi volevano bene, e da loro ho imparato tanto. Soprattutto, ho imparato tanto da quando è arrivato Bubacco, e più per la vita che non per lo sport. A diciotto o vent’anni non hai ancora la testa di un uomo maturo e lui mi ha messo in riga».

Che valore ha avuto il Sedico calcio nella tua vita?

«Al Sedico ho giocato per diciannove anni consecutivi, prima negli Allievi e poi a lungo in prima squadra. Poi tutto è finito perché è arrivato un dirigente al quale non andavo a genio e a novembre ha voluto che me ne andassi. È stata una delusione enorme perché per me Sedico era la mia famiglia. Non è un caso che di lì a tre anni il Sedico sia sparito…».

La stagione più bella fu, probabilmente, quella della cavalcata in Coppa Italia dilettanti culminata con la promozione in Interregionale.

«Quella della Coppa Italia era la mia piccola nazionale. Riuscire con una squadra di provincia a fare quel cammino in Coppa Italia tra i grandi, fino ad arrivare alla finale nazionale, è un traguardo che pochissime realtà oltre a noi sono riuscite a tagliare. Fu merito di un grande gruppo, di una grande squadra e di un grande tecnico come Borsato. Ma, soprattutto, di un giocatore come Franco Dall’Anese: era il nostro capitano, la nostra chioccia».

Quando cominciaste a credere che sareste potuti davvero andare fino in fondo?

Passaggio di turno dopo passaggio di turno abbiamo cominciato a crederci. Era una cosa del tutto particolare: perché, per giocare queste partite, dovevi prendere ferie se lavoravi, saltare scuola se ancora studiavi. È stato un anno di sacrifici, ma anche di enormi soddisfazioni. Nel campionato di Promozione eravamo sesti mentre in Coppa, arrivati ai quarti di finale, abbiamo iniziato a sperarci veramente. Purtroppo, nella parte finale abbiamo perso due giocatori come Gastone Pizzol e Imerio Salvador, elementi che per noi erano importanti, e siamo arrivati alle finali un po’ rimaneggiati. Lì, a Lumezzane, abbiamo trovato una squadra di categoria superiore che ha avuto la meglio».

Dalla Seconda categoria all’Interregionale.

«È stata una scalata pazzesca. Ricordo anche uno spareggio che giocammo a Longarone contro il Ponte nelle Alpi poiché quell’anno le migliori della Promozione andavano in Eccellenza, mentre le peggiori restavano in Promozione. Affrontammo il Ponte Alpi e vincemmo ai rigori. Era il Ponte di Alex Salvador, Losso, Boito. Insomma, il grande Pontalpi. Anche loro meritavano l’Eccellenza».

La storia del Sedico calcio è proseguita a lungo in Eccellenza, fino alla fusione con la Feltrese…

«Con Ridolfo abbiamo giocato diversi anni in Eccellenza. La nostra era una squadra unita, compatta, una famiglia. Per anni sono stato anche il capitano. Alla cena del venerdì sera già capivo che la domenica avremmo vinto dal clima che c’era in squadra. Di lì a qualche tempo il presidente Zago ha deciso di fare la fusione con la Feltrese, perché sostanzialmente non c’era più una dirigenza a Sedico e anche là hanno disputato dei bei campionati. Ma io ero stato mandato via già da un paio d’anni. Quello, insomma, non era più il mio Sedico».

Il presidentissimo del Sedico fu Settimo Merotto…

«Fu come un padre per me. Mi ha sempre consigliato ed aiutato. Era un uomo di poche parole ma si faceva sempre sentire vicino alla squadra. E anche il figlio, Marco, è una grande persona. Come presidente del Sedico, Merotto era di un’altra categoria rispetto a tutti gli altri».



Poi due anni a Belluno, uno a Cappella Maggiore (vincendo il campionato di Seconda categoria) e di nuovo al Belluno…

«In Eccellenza, quando era già stata fatta la fusione col Ponte nelle Alpi. Abbiamo vinto i playoff e siamo saliti in serie D. Eravamo arrivati primi in campionato, a pari punti col Bessica. Ad Oderzo abbiamo perso lo spareggio-promozione, così siamo dovuti passare per i playoff. Nella finale d’andata abbiamo perso in casa per 2-1 contro il Lissone. Al ritorno, i nostri avversari avevano già preparato una festa enorme, erano già certi della promozione. Invece abbiamo vinto noi 2-0 in casa loro. Di lì a quindici giorni era già ora di iniziare la nuova stagione: mi era stato chiesto di restare, ma la serie D sarebbe stata troppo impegnativa per me. Così sono passato al Cavarzano».



Al Cavarzano hai trascorso più di un quarto della tua carriera…

«Sono stato lì per otto anni. Subito con Balzan abbiamo vinto il campionato e siamo saliti in Promozione, dove ho giocato per sette stagioni. Poi, arrivato Lauria, abbiamo deciso con il presidente Sovilla che fosse il momento di lasciare spazio ai giovani. Vittorino è una persona stupenda. È un grande, ha messo tutto sé stesso e tutte le sue disponibilità nel Cavarzano. È il numero uno dei presidenti. Ed ancora oggi è lì che taglia l’erba del campo e dà una mano».

Il calcio non ti ha risparmiato però, nell’ultima parte, anche qualche boccone amaro da digerire…

«Avrei voluto smettere, ma a fine ottobre sono passato alla Ztll. Alla fine, uno spareggio ci ha condannati alla retrocessione. L’anno dopo sono tornato al Sedico ed anche lì la stagione si è chiusa con una retrocessione incredibile. Erano due squadre, Ztll prima e Sedico poi, che mai avrebbero meritato di scendere di categoria. Però è andata così».

L’ultimo atto di quella sciagurata stagione a Sedico ti vide addirittura difendere i pali della porta…

«Avevamo vinto 4-2 l’andata della finale playout con l’Orsago. Al ritorno, a Sedico, abbiamo perso 5-1. Sul 4-1, a 10’dalla fine, è stato anche espulso il portiere Facchin. A quel punto mi sono detto che non c’era più nulla da fare e sono andato io in porta per provare a parare quel rigore. Purtroppo c’erano giocatori che quella partita non l’avevano preparata con la giusta serietà. È stata una fatalità aver chiuso così la mia carriera, ma a 47 anni era ora suonata».

Il tuo idolo calcistico?

«Marco Van Basten. Solo vederlo giocare era bellissimo».

I giocatori più forti del tuo passato?

«Negli anni Ottanta Imerio Salvador, e il mio gemello Stefano Sommavilla. Venendo agli anni Novanta e Duemila, direi Carlo Bedont, Andrea Fregona e Stefano Maset: giocatori ai quali la serie D sarebbe andata stretta».

Anche i tuoi tre fratelli hanno calcato i campi di calcio bellunesi…

«Dario, il più vecchio, aveva una forza fisica bestiale. Era un mediano alla Toni Tormen. Ai tempi in cui doveva fare i provini andò in Germania a lavorare. Ciano ha fatto la sua onesta carriera tra Belluno, Feltrese e ancora Belluno dove, però, purtroppo, si è rotto il crociato. E Claudio? Poteva vivere di calcio. Ma il Signore da una parte dà e dall’altra toglie. Lui aveva tutto: destro, sinistro, visione di gioco, colpo di testa. Se avesse avuto anche… la testa, avrebbe potuto vivere di quello».

Ti manca solo un ruolo, quello di allenatore. Ci hai mai pensato?

«Un paio di anni fa ho dato una mano a Fregona con gli Allievi regionali. Se finalmente riuscirò ad andare in pensione allora penso che sarà quello il mio futuro. Mi piacerebbe poter far crescere dei giovani calciatori».

Il tuo erede?

«Ci sono tanti bravi attaccanti, ma molti di questi magari durano due o tre anni, oppure smettono. A parte naturalmente Corbanese, ci sono diversi buoni attaccanti bellunesi, spesso nelle categorie minori». –

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