Francesca Scot, l’addio al calcio dopo trent’anni

La carriera divisa tra Keralpen e Belluno, lascia un po’ per il fisico e un po’ per questioni di lavoro: «Ma è stata una decisione difficile da prendere» 

L’ADDIO

Dopo trent’anni di calcio giocato, a 40 Francesca Scot ha appeso gli scarpini al chiodo. Bandiera del calcio femminile bellunese, Scot (figlia d’arte: il padre, Toni, è uno degli allenatori più esperti della provincia) ha diviso tutta la sua carriera tra due società, Keralpen e Belluno, che non moltissimi anni fa si sono fuse in un’unica realtà.


«Ho cominciato all’età di dieci anni con il Keralpen, a Trichiana. Erano ancora i tempi del Csi», ricorda Scot, «quando c’erano davvero tante squadre femminili in provincia. Nel 1998 sono passata al Belluno che allora giocava in serie B. Sempre nel 1998 ho anche giocato con la rappresentativa veneta nel torneo delle regioni, con fase eliminatoria a Desenzano e fasi finali ad Assisi. Qualche anno dopo è arrivata la fusione con il Keralpen. Nel primo anno in cui ho giocato al Belluno, purtroppo, siamo retrocesse dalla serie B. Poi siamo riuscite a risalire ed ho avuto modo di disputare diverse stagioni in quella categoria. Un anno, nonostante fossimo arrivate terze in classifica, non avevamo più le possibilità per sostenere un campionato di quel livello, così siamo ripartite dalla serie C fondendoci, appunto, con il Keralpen. In questi anni, tolti gli ultimi due, siamo sempre state ai vertici del campionato, ma non siamo mai riuscite a fare il salto. Ci è sempre mancato qualcosa per il salto di qualità. Del resto, non siamo nelle condizioni di prendere giocatrici da fuori provincia. Ce la siamo sempre cavata con le nostre forze».

Quest’anno, però, se non altro, il Keralpen Belluno può contare su un nutrito numero di atlete…

«Quest’anno il gruppo è numeroso e ci sono tante ragazze. Vedremo come andranno le cose. Probabilmente il fatto che ci sia stato recentemente il mondiale di calcio femminile ha rinvigorito l’interesse verso questa disciplina. Certo, se guardiamo agli ultimi anni, i numeri in provincia sono certamente calati. Le più brave si spostano altrove, nelle società professionistiche; ma un tempo, quando facevamo il campionato del Csi, c’erano una decina di squadre femminili in provincia. Penso ad esempio ad Arsié, Pez, Taibon, Sois, Tisoi, oltre naturalmente a Keralpen e Vellai, che ha resistito fino a pochi anni fa quando è passato sotto il Primiero».

Cosa vi ha permesso di resistere, a differenza di molte realtà che ci sono viste costrette ad alzare bandiera bianca?

«Se non hai un settore giovanile alle spalle è difficile riuscire a portare avanti l’attività. La nostra fortuna è stata ed è quella di avere una squadra Primavera che siamo riuscite a mantenere negli anni e che ci dà la possibilità di avere sempre il necessario ricambio di giocatrici. Se non hai soldi, è impossibile che giocatrici da fuori vengano a giocare a Belluno, perché non è così facile da raggiungere. Le giovanili sono ciò che ci ha fatto sopravvivere».

Per il tuo addio al calcio giocato le compagne di squadra ti hanno organizzato una festa…

«Mi hanno fatto una sorpresa. Mi avevano genericamente invitata ad una grigliata. In realtà era una festa per il mio addio. Mi hanno fatto una torta ed è stata una giornata bellissima. Smettere dopo trent’anni non è facile, anche perché se fosse per me avrei ancora voglia di giocare. Ma un po’ per il fisico, un po’ per il lavoro, alla fine ho preso questa decisione. Continuerò comunque a dare una mano alla società, per quanto mi sarà possibile». —



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