Gabrielli, “il maestro” anima del rugby a Feltre

A 87 anni (di cui 67 passati nel club) è oggi vicepresidente onorario Sempre disponibile e battagliero, non si perde un consiglio 

FELTRE

Centinaia di partite, migliaia di chilometri, incalcolabili quantità di maglie lavate o rammendate, ma soprattutto un imprecisato e tendente all’infinito numero di ore dedicate a diffondere il verbo della palla ovale, su un campo o a scuola. Il rugby a Feltre ha un nome e un cognome ben preciso: Gabriele Gabrielli, per tutti “il maestro”.


Questo giovanotto di 87 anni appena compiuti ha rappresentato gli ultimi 65 anni di storia della società granata, dapprima come giocatore, poi come allenatore, quindi come presidente, successivamente ancora come responsabile del minirugby, ma anche come consigliere regionale e tecnico del Comitato veneto. Attualmente, Gabriele Gabrielli è il vicepresidente onorario del Rugby Feltre; non perde un consiglio che sia uno, sempre disponibile e battagliero.

Moglie, figli e nipoti lo reclamerebbero un poco di più a casa, specie in tempi come questi, ma il richiamo della palla ovale è qualcosa che va oltre ogni ragionevole dubbio. Eppure, quando è nato il Rugby Feltre, Gabrielli era in tutt’altre faccende affaccendato.

«Correva l’anno 1952», spiega “il maestro” di tutti i rugbisti feltrini, «e Dario Palminteri, che giocava a Padova con il Petrarca, volle radunare degli amici per iniziare a giocare a rugby anche a Feltre. I primi allenamenti si tennero al Foro Boario, che non era il campo bello e verde di adesso, ma un terreno irregolare, destinato ai circhi, quando passavano in città. Si aggiunsero a Palminteri, tra gli altri, i fratelli Ezio e Gino Piolo, Sergio Fantinel, Luciano Vianello, Gianni Guarnieri, Piero Grisot, Giandomenico Bonalanza, Luigi Centa e mio fratello Piergiorgio, che era un grande estremo, ma era pure bravo a giocare a calcio; e fu lui a convincermi a iniziare a rincorre quei rimbalzi imprevedibili della palla ovale. All’epoca facevo atletica con il Belluno e prima ancora, quando ero a Trento, dove frequentai le magistrali, come da tradizione di famiglia praticavo la marcia con l’Ata Battisti, assieme a Bruno Fait, olimpionico del’52 a Helsinki».

Quando ha iniziato a vestire la casacca del Rugby Feltre?

«Ho iniziato a giocare nel 1954 e ho proseguito ufficialmente fino al 1974; poi ho disputato tutte le partite del gemellaggio con Bagnols-sur-Cèze, questo fino al’76, giocando pure con la squadra riserve, grazie a piccoli sotterfugi, in quanto ero oltre il limite di età consentito. Ai miei tempi avevamo una linea dei trequarti fortissima, alla mischia bastava vincere qualche palla ed era meta. Giocavamo con Toni Palminteri mediano di mischia, io apertura, i fratelli Ezio e Gino Piolo alle ali, Giordano Cremonese e Ornelio Corso ai centri, mio fratello Piergiorgio estremo».

Lei è la memoria del Rugby Feltre, una società che ha visto crescere e alla cui crescita ha contribuito in tutti i modi...

«Il Rugby Feltre è una grande famiglia, alla quale tutti contribuiscono, per avviare i ragazzi e ora anche le ragazze, all’attività rugbistica, fondata sulla disciplina del rispetto delle regole, sul mantenimento degli impegni presi, sulla sopportazione anche del sacrificio; il che significa educazione, nel vero senso della parola. Orgogliosamente posso dire che il Rugby Feltre non ha mai interrotto, durante una storia lunga ormai settant’anni, la propria attività. Dario Palminteri ci ha allenato fino al’66, vivendo anche la storica promozione in serie A di fine anni Cinquanta. Nel 64/65 ci fu addirittura la fusione con alcuni giocatori del Belluno, perché la società gialloblu aveva lasciato la Fir, per partecipare al campionato di rugby a 13. Ma non tutti i tesserati del Belluno accettarono il cambio di codice rugbistico e alcuni di loro, un bel po’ a dire il vero, vennero da noi. Formammo una squadra molto forte, conquistando la promozione in B perdendo solamente la finale nazionale di serie C con la Lazio, a Firenze. Dal’66 fino all’arrivo di Umberto Omodei sono stato anche allenatore. All’inizio degli anni Settanta eravamo veramente in tanti, avevamo circa una cinquantina di giocatori seniores, e così dal’72 mi occupai della squadra riserve. Poi, sul finire degli anni Settanta, quando a Feltre giunse ad allenare Gianni Chimenti, presi a occuparmi della formazione giovanile, un gruppo di ragazzi molto forti, tra i quali Carlo Barbante e Gimmy Dal Pian. Passarono praticamente in blocco in prima squadra, riportarono il Feltre in C1 e io li allenai nuovamente, quando Chimenti tornò a Padova, fino all’avvento di Vito Olivier».

Lei è notissimo anche per l’instancabile attività a favore della diffusione del rugby...

«Fin dal 1966, quando prestavo servizio alla Casa dello studente, avevo coinvolto i ragazzi della classe del’53, portandoli a giocare a rugby. Successivamente, terminata la mia esperienza con le giovanili, per oltre venticinque anni e fino al 2010 mi sono occupato del minirugby, chiudendo, poi, di nuovo con una squadra del settore giovanile, ossia con l’under 14, con la classe del 2003 nel 2016. Nel periodo in cui sono stato consigliere regionale, sono stato incaricato dell’attività di propaganda nella scuola ed ero pure tecnico dell’under 17, con Federico Fusetti».

Cos’è per lei il rugby?

«Dario (Palminteri, ndr) mi ha insegnato che il nostro sport è fatto di umiltà e altruismo. In tempi recenti mi sembra di vedere che non tutti afferrino il vero senso del rugby, per come l’avevamo vissuto noi, ossia dedizione, orgoglio, sacrificio, fiducia nell’allenatore, amicizia. Il terzo tempo, del quale la palla ovale ha sempre fatto vanto, oggigiorno ha perso molto del significato originale, ma ai ragazzi che frequentano i campi voglio raccomandare di viverlo per quello che è, perché con i miei compagni di squadra siamo ancora legati e viviamo l’amicizia nata con il rugby come un sentimento forte. Il nostro sport è cambiato e non credo che si debba tornare ai vecchi tempi; una volta un gruppo di giocatori formava una squadra per sette anche otto anni, ora cambia tutto molto rapidamente, i ragazzi sono portati a scelte di vita spesso impegnative e una squadra rimane assieme mediamente non più di tre anni. Dall’altro lato, sono aumentati i numeri dei tesserati, sia nelle giovanili e sia nel minirugby, e una società che una volta si reggeva con una spesa annua di duecentomila lire, come accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta, ora ha bilanci impegnativi e poderosi».

Qual è il segreto per un amore duraturo come il suo per la palla ovale e per la maglia granata?

«Ho avuto tante soddisfazioni, la scuola rugbistica del Feltre è sempre stata apprezzata, abbiamo avuto una scuola di mediani di mischia importante, partita da Toni Palminteri e proseguita con Renato D’Andrea, Carlo Barbante, Alessandro Antonetti, Federico Coppa, mio figlio, solo per citarne alcuni. Nel corso della sua storia il Rugby Feltre ha avuto grandi soddisfazioni dai propri atleti che, se meritavano, sono poi sempre stati lasciati liberi di vivere esperienze appaganti in categorie superiori. Penso, per esempio, a chi è andato al Petrarca, come Carlo Barbante, o a chi è andato al Rovigo, come Gianrenato Piolo, oppure ancora a chi è andato alla Benetton, come Gigi Gorza, senza dimenticare coloro i quali sono andati a rinforzare la Tarvisium; e l’elenco potrebbe continuare, per esempio con Gobbi, Calcagno, Lofrese e Sartor, che si sono illustrati nella massima serie. La mia passione è tale che non sempre mi consente di comprendere quei ragazzi che quasi pretendono di essere lasciati liberi di accasarsi in altre squadre, perché dimenticano che, se sono diventati bravi rugbisti, il merito non è esclusivamente loro, ma anche di chi li ha allenati e portati in giro per i campi del Triveneto, anche con sacrifici economici personali».

Se dovesse indicare una figura che riassume i suoi quasi settant’anni di rugby a Feltre, chi sarebbe?

«Renato D’Andrea. Non voglio mancare di rispetto ad altri, ma Renato ha dato tutto per il rugby, come giocatore, come arbitro, come organizzatore. Mi ha sostenuto soprattutto nei momenti difficili di fine anni Sessanta, quando eravamo in difficoltà a portare in campo il numero minimo di undici giocatori per il campionato di C2».

La storia rugbistica della famiglia Gabrielli sta continuando?

«Dopo di me ha giocato per moltissimi anni mio figlio Nicola, che ora allena anche l’under 12, dove c’è pure mio nipote Giacomo. Qualche anno fa ho pure avuto la possibilità di giocare a rugby assieme a Nicola e Giacomo».

Non ci si può tuttavia fermare solamente alla vita rugbistica di Gabriele Gabrielli, uomo dalle molteplici passioni, che è stato anche sindaco di Seren del Grappa, dal 1998 al 2004. Ci sono almeno altre due iniziative che hanno caratterizzato la comunità feltrina, alle quali il nome del “maestro” è legato: quella della tradizione bandistica di Feltre e quella visionaria del comitato dei gemellaggi, un impegno e una fede nella costruzione dell’Europa unita, per la quale Gabriele Gabrielli ha dedicato e tuttora dedica il proprio tempo.

«Ho fatto parte della banda della Città di Feltre», spiega Gabrielli, «fino al 1959/60. All’inizio degli anni Ottanta l’ho rifondata, richiamando i vecchi musicisti. Dirigevo io le prime prove, che svolgevamo in un salone al primo piano del castello di Alboino. Recuperai i leggii, le divise, gli spartiti e i vecchi strumenti della banda, vincendo così la scommessa con l’assessore dell’epoca. È sopraggiunto poi il professor De Cian e siamo, infine, arrivati all’eccezionalità di esecuzione di oggi, con Ivan Villanova».

Una lunga e avvincente storia anche quella dei gemellaggi...

«Nel 1963, don Giulio Perotto, Sisto Dalla Palma, Gabriele Turrin e io ci recammo a Bagnols-sur-Cèze per l’inaugurazione di una strada, che avrebbero chiamato “via Feltre”. In quell’occasione abbiamo cominciato a conoscere i vari comitati delle città già legate da vincoli di amicizia tra loro. Venni incaricato dal Comune di Feltre di costituire una commissione per i gemellaggi, che nei primi anni Settanta si è costituita in comitato, con me presidente, con don Giulio mio primo collaboratore, mentre Di Palma fungeva da segretario. Invitai a entrare nel comitato il tessuto associativo feltrino. Assieme a don Giulio abbiamo iniziato a girare l’Europa, partecipando ai vari incontri in Francia, ma pure Eeklo in Belgio e Braunfels in Germania. Il primo vero scambio legato al gemellaggio fu quello delle associazioni rugbistiche di Feltre e Bagnols-sur-Cèze, che inizialmente si svolgeva tra squadre seniores due volte l’anno. Assieme al rugby ci furono anche gli scambi delle squadre di basket maschile e pallavolo femminile, dopo di che abbiamo iniziato i gemellaggi con le squadre giovanili del Rugby Feltre e del Bagnols Marcoule, tanto che l’appuntamento del gemellaggio, con ospitalità rigorosamente in famiglia, è durato fino al 2008 e divenne un momento atteso e imperdibile per tutti i ragazzi del nostro settore giovanile. Le amicizie nate in questi scambi sono durate nel corso degli anni e ancora oggi mi capita di incontrare qualche vecchio rugbista francese». —

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