Lisa Vittozzi: «Sto bene di testa, sono pronta per la Coppa»

L’azzurra si è affidata a uno psicologo per migliorare il tiro «Se tutto va come deve andare, questo inverno mi divertirò» 

Sappada

«Se va tutto come deve andare, penso che mi divertirò».


A dieci giorni dall’inizio della Coppa del Mondo, ecco la tranquillità e l’ambizione di Lisa Vittozzi per la stagione 2020-2021. Tranquilla e ambiziosa lo è sempre stata, ma questa volta c’è una leggerezza nuova, forse una consapevolezza diversa nella “Plodar sniper” che, dopo l’opaca stagione 2019-2020, ha voluto ripartire, ripensarsi, ricostruirsi.

Lisa, partiamo dallo scorso inverno: una stagione che non è mai decollata come doveva. Una stagione deludente, se deludente si può definire un’annata nella quale sono arrivati la medaglia d’argento nella staffetta mista ai Mondiali di Anterselva, il secondo posto nella mass start di Pokljuka, il terzo nell’inseguimento di Kontiolahti e la decima posizione nella generale finale di Coppa.

«Le ambizioni non erano queste. Non ho mai nascosto e non nascondo le mie aspirazioni. Non mi accontento mai, di certo non del decimo posto arrivato lo scorso anno».

Quali sono stati il momento migliore e peggiore dell’inverno?

«Il momento migliore le gare di Pokljuka a fine gennaio: quarta nell’individuale e seconda nella mass start. Il momento peggiore, qualche giorno dopo: ai Mondiali di Anterselva: subito ho preso l’argento nella staffetta mista, poi è arrivato il sesto posto nella sprint, poi … 27ª nell’inseguimento, 71ª nell’individuale, 30ª nella mass sprint».

Al di là delle polemiche della vigilia e al di là dei risultati deludenti, che qualcosa non andasse si era visto prima della rassegna iridata. Anche se la bella settimana a Pokljuka pareva aver spazzato via dubbi e incertezze.

«Ho capito che non stavo bene durante le vacanze di Natale ma già prima avevo avuto qualche sentore».

Che cosa ti è mancato?

«Mi è mancato tanto, soprattutto in ambito mentale. Non stavo bene con me stessa, non avevo la giusta tranquillità interiore».

Anche a livello di gruppo qualcosa non ha funzionato?

«Credo che il problema fosse che da anni eravamo sempre le stesse persone, persone che si conoscevano da tempo e che non avevano più nulla da dirsi».

E ora?

«Credo che durante l’estate abbiamo lavorato bene. Nel gruppo sono entrati molti giovani e i giovani portano allegria e spensieratezza».

Tu come ti sei gestita?

«Lo stop forzato mi ha fatto riposare, staccare, capire di che cosa avevo bisogno per tornare su. Mi sono affidata ad un neuropsicologo, Aiace Rusciano, per curare l’aspetto mentale, soprattutto per il tiro».

Il tiro? Non è che te la sia mai cavata male …

«Fin qui mi ero affidata al talento. Sono sempre stata una brava tiratrice ma senza mai aver studiato, ricercato, sperimentato. E nessuno ha mai avuto il coraggio di dirmi alcunché se c’era qualcosa da correggere. Del resto, visto che i risultati erano buoni, io stessa mi dicevo: perché cambiare? Ma durante la scorsa stagione qualcosa non ha funzionato, non stavo bene con me stessa e mi sono resa conto che se avessi avuto un tiro più stabile avrei potuto fare meglio. Così ho deciso di rompere i vecchi meccanismi, ripartire da zero. Ho scelto di farmi seguire da una persona che potesse supportarmi e questo ha fatto la differenza. Ho cambiato molte cose, il mio tiro ora è parecchio rivoluzionato. Ora? Sono tranquilla, consapevole dei miei mezzi. Anzi, posso dire di essere arrivata a una consapevolezza mai avuta. Ho lavorato come di più non potevo fare. I risultati spero arrivino. Se va tutto come deve andare, penso mi divertirò. Ho la possibilità di togliermi qualche soddisfazione, avere quei riscontri che lo scorso anno sono mancati. Voglio tornare ad alti livelli, avere la costanza del 2019, portare a termine quello che mi sono prefissa».

Le tue percentuali al tiro sono state dell’86% nel 2017-2018 (86% a terra, 87% in piedi), dell’8% nel 2018-2019 (85% a terra e 91% in piedi), dell’80% nella stagione scorsa (79% a terra, 81% in piedi).

«Ora voglio il 90 per cento. Ho sparato per tutta l’estate con percentuali molto alte. È vero che in gara è un’altra cosa, ma è anche vero che in gara io mi trasformo e dunque le cose potrebbero andare pure meglio».

Accanto a questi obiettivi, il sogno qual è?

«Non lo dico, dai».

Che primavera ed estate hai vissuto?

«Un po’ strane, diverse dalle solite. La primavera, con il lockdown, mi è servita per riposare di più rispetto al passato, per riflettere e, credo, anche maturare. In estate abbiamo fatto raduni in Val Martello, ad Anterselva, a Obertilliach, Ramsau e Oberhof. Sono mancate le gare di skiroll. Tanti svaghi non ho avuti. Anche perché parecchio tempo lo ho dedicato a sistemare casa nuova».

Tra attività giovanile e attività assoluta è da un bel po’ di anni che tra gare e ritiri ha sempre la valigia in mano. Quanto ti pesano le trasferte?

«Mi pesano di più quelli estivi. In estate mi piace godermi Sappada e la tranquillità. In inverno, invece, mi piace stare in giro: ho lavorato tanto per esserci e mi piace esserci, vivere il clima».

Parliamo dei lavori svolti.

«Da maggio a oggi ho messo insieme 60 ore di skiroll in tecnica classica, 140 ore di skiroll in tecnica libera, 30 ore di camminata, 131 ore di bicicletta, 62 ore di sedute di forza e 35 ore di corsa. Con la corsa devo limitarmi, il mio punto debole sono i tendini».

Dove ti piace pedalare?

«Vado molto in Carnia ma mi piace molto anche fare i passi dolomitici: faccio sempre volentieri Misurina e il Falzarego».

E a piedi?

«A Sappada cammino sempre volentieri. Quest’estate per la prima volta sono salita alla Terza Grande».

A inizio settembre avete fatto dei test ad Anterselva. Come sono andati?

«Sì, abbiamo sostituito i campionati italiani con dei test. Io ho vinto la sprint, la Wierer l’inseguimento».

La Coppa del mondo 2020-2021 ripartirà da dove si è conclusa quella 2019-2020, vale a dire dalla finlandese Kontiolahti, una località che per te rappresenta... che cosa?

«Kontiolahti è un posto che mi mette gioia. È una pista dura, la mia pista preferita. A Kontiolahti mi legano ricordi ed emozioni: i miei primi Mondiali Juniores, il primo podio individuale in Coppa del mondo (terza nell’inseguimento nel marzo del 2017, ndr) e il primo podio ai Mondiali (bronzo in staffetta nel marzo del 2015 con Karin Oberhofer, Nicole Gontier e Dorothea Wierer, ndr)».

A Kontiolahti, lo scorso marzo, avete sperimentato che cosa significa gareggiare a porte chiuse, una condizione che nei prossimi mesi rappresenterà la normalità.

«Sarà un anno strano, soprattutto in occasione di quelle tappe nelle quali siamo abituati ad avere venticinquemila spettatori come Anterselva, Hochfilzen o Ruhpolding. Sarà davvero una strana sensazione arrivare allo stadio senza sentir volare una mosca. Al Nord, dove c’è meno gente, il fattore porte chiuse lo sentiremo un po’meno. Senza pubblico sarà meno bello, indubbiamente, ma piuttosto che non gareggiare, ci accontentiamo».

Quali atlete temi in maniera particolare per la prossima stagione?

«Nessuna in particolare, sono tutte forti. Una che potrebbe essere pericolosa, perché è costante, è la svedese Hanna Öberg. In lei, tra l’altro mi ci rivedo, mi trovo bene, siamo due persone molto simili». Fin qui, qual è stata la medaglia più bella che hai conquistato? «La prima medaglia individuale in una grande competizione, l’argento ai Mondiali di Östersund, proprio dietro la Öberg, nel marzo del 2019».

Nella tua carriera c’è qualcosa che non rifaresti?

«Direi di no. Rifarei tutto quello che ho fatto».

Se non avessi fatto la biathleta, a quale sport ti saresti dedicata?

«Sono una persona da sport individuali, anche se mi piace il calcio. Penso che avrei fatto tennis. Mi piace molto. Ho giocato tutta l’estate qui a Sappada con il maestro Paolo Gabriel. Ho sempre tifato Nadal».

Come hai iniziato a sciare?

«Ho iniziato tardi, facevo la seconda media. Prima giocavo a calcio ed ero un maschiaccio. In classe mia, però, tutte le ragazze facevano fondo e, per rimanere in compagnia, ho cominciato a sciare anche io. Alla fine, sono rimasta l’unica a sciare».

E il biathlon?

«Ho provato e mi divertiva. Ho avuto subito buoni risultati e la strada si è aperta un po’ da sola. I Camosci mi hanno sempre sostenuto».

Attorno ai sedici anni, però, la carriera ha iniziato di interrompersi sul nascere.

«Non è stato un bel periodo, ho saltato una stagione e mezzo. Avevo forti dolori alla schiena e non si capiva il perché. Con mia mamma ho girato tra infiniti specialisti. Alla fine, era colpa della crescita e il problema, con tanti esercizi di rafforzamento, è stato risolto».

A chi devi dire grazie nella tua carriera?

«A tante persone. Dal punto di vita tecnico, a Nicola Selenati (dei Camosci, ndr), allenatore fondamentale per me, mi ha fatto capire quanto sia importante allenarsi anche quando non si ha voglia o nei momenti difficili. Un altro tecnico importante è stato Patrick Favre».

Quanto importante è stata Sappada per la tua carriera?

«Fondamentale. Se fossi nata da un’altra parte non sarei divenuta una biathleta. Ho potuto vedere i grandi campioni e imparare da loro. Da Pietro Piller Cottrer ad esempio: all’inizio lo vedevo come un obiettivo da raggiungere, con l’andare del tempo abbiamo instaurato un rapporto di amicizia e i suoi consigli sono stati importanti».

Qui c’è anche il tuo fan club.

«Un fan club nel proprio paese è qualcosa di speciale. Sono sempre molto presenti e fanno tantissimo».

Qual è il rapporto con i tifosi?

«Mi fa piacere che ci sia tanta gente che mi segue. Durante tutto l’anno, da ogni parte del mondo mi arrivano buste con cartoline da autografare: principalmente Germania e Austria ma ci sono anche diversi russi. E poi svedesi e francesi».

Lisa e la popolarità.

«Per adesso la gestisco bene».

Il rapporto con i giornalisti?

«Amore odio».

Lisa e i social?

«Sono migliorata nel tempo e nel quale sto cercando ancora di migliorarmi. I profili Facebook e Instagram li seguo direttamente io, sono due canali di contatto importanti con i tifosi. Adesso mi viene più facile, fino qualche tempo fa mi pesava di più. Ecco, diciamo che se non fossi un’atleta, ai social non darei più di tanta importanza».

Lisa e l’inglese.

«Anche qui penso di essere migliorata, ho seguito dei corsi. Ora me la cavo abbastanza bene, anche se quando ci sono le telecamere vado un po’ in panico».

Hai mai pensato a che cosa ti piacerebbe fare dopo lo sport?

«Ho sempre avuto il pallino di aprire un ristorante o un agriturismo. Ma i miei, che hanno un albergo, mi chiedono se sono pazza. È comunque un pensiero ancora lontano».

Ultima domanda. Che definizione dà di se stessa Lisa Vittozzi?

«Molto ambiziosa e tenace, anche fuori dallo sport». —

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