L'ex Belluno Birchall vola a Mosca: allenerà il Cska

In Russia con la famiglia bellunese: «Tra le Dolomiti ho lasciato il cuore, indimenticabile lo spareggio vinto a Colleferro»

Luca Maciga / BELLUNO

Addio al Biella e valige pronte per andare a guidare il Cska Mosca. Ha iniziato un’esperienza davvero stimolante Aldo Birchall, una vecchia conoscenza del Rugby Belluno. Villa Montalban è stata il trampolino di lancio per una carriera di grande rispetto, prima come giocatore e adesso come allenatore.


Birchall era arrivato in giovane età tra le Dolomiti e a Belluno ha conosciuto l’amore della sua vita, la moglie Evelyn, che gli ha regalato la figlia Alice e che ora, sistemati i traslochi da Biella a Viadana, dove Birchall ha una casa, lo seguirà in Russia.

La sua bacheca, tra Calvisano e Viadana, vanta uno scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italia e un Trofeo Eccellenza. Avendo la doppia cittadinanza, inglese e italiana, ha collezionato anche qualche presenza in maglia azzurra.

La terza linea inglese arrivò a Belluno a 21 anni. Erano i tempi della serie A2 e in maglia gialloblù giocavano anche dei neozelandesi. E con Belluno Birchall ha un legame particolare che continua anche da quando si è guadagnato il patentino di allenatore. Durante il lockdown, ad esempio, ha tenuto un incontro in rete illustrando la sua tattica in difesa.

Dalle sue parole emergono le emozioni vissute in riva al Piave. «Ero arrivato a marzo 2000 e di Belluno ho ricordi bellissimi. Venivo da Manchester e quando sono arrivato ho visto queste stupende montagne. Il Belluno era in A2, con un bel gruppo di ragazzi. Io ero uno dei più giovani».

Quali sono i giocatori che ricorda maggiormente?

«Faccio qualche nome. Con Alessio Dal Pont sono ancora in contatto e spesso ci confrontiamo tecnicamente. Poi ci sono Nicola Dal Pont, Vittorio Zollet e Gianluca Giacon. Quest’ultimo, che aveva qualche anno in più rispetto a me, nonostante qualche infortunio e qualche acciacco, faceva la differenza. C’era anche Max Savelli, un grande giocatore che veniva schierato nel ruolo di centro. Tra gli stranieri ricordo i neo-zelandesi Brent Comis, Daniel Hitchcock e Steve Harbot e Robert Carlos, che era arrivato anche lui a a marzo dall’Inghilterra».

Com’è era andato quel campionato?

«Ci salvammo all’ultima giornata, nello scontro diretto con il Colleferro. Nessuno aveva mai vinto in quel campo in quella stagione. Eravamo allenati da Massimo “Mino” Lunardon e Vittorio Rossi, due bravi tecnici. Mino, una persona splendida, parlava bene l’inglese e aiutava molto noi stranieri. Nel gruppo c’erano molti giocatori giovani di livello».

Una volta andato via da Belluno, ha ottenuto qualche buon risultato. Quali i più importanti e in qualche modo i più belli da ricordare?

«Sicuramente lo scudetto con il Calvisano nel 2012. Era un anno particolare, perché eravamo neo-promossi. La squadra veniva da un passato dove c’erano state delle retrocessioni per motivi economici, in quella occasione, invece, avvenne un fatto senza precedenti, vale a dire che una matricola conquistasse lo scudetto. È stato bello perché vincemmo entrambe le partite della finale contro i Cavalieri Prato. Un altro trofeo che amo ricordare è la Coppa Italia conquistata con il Viadana in cui avevo come compagno di squadra Corrado Pilat. Fu un anno speciale: dopo aver vinto la coppa, perdemmo la finale scudetto contro la Benetton ai tempi supplementari».

Dopo aver preso in rassegna il suo passato da giocatore, veniamo ai giorni nostri. Nel 2014 ha iniziato ad allenare è dal 2017 è allenatore a Biella. Da qualche giorno si è trasferito in Russia per allenare il CSKA Mosca. Come mai questa scelta? Che tipo di rugby è quello russo?

«È arrivata quest’opportunità e devo dire che il presidente del Biella è stato molto bravo e gentile, perché mi ha permesso di andarmene nonostante fossi sotto contratto. D’altronde, questa era un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Per quanto riguarda il rugby russo, direi che è molto fisico ed è molto assimilabile a una metà classifica della Top 10 italiana. In Russia c’è la possibilità di poter avere 8 stranieri nei 23 giocatori a disposizione e questo fatto permette di alzare il livello tecnico».

Analizzando il rugby di casa nostra, secondo lei, come mai la nazionale azzurra non riesce a vincere?

«Ci sono tanti fattori che influenzano il risultato. Se si pensa ai giocatori italiani che scendono oggi in campo, si può dire che è in atto un cambio generazionale. Ci sono tanti atleti classe 1999, 2000 e 2001. Quindi, in questo momento facciamo molta fatica perché manca l’esperienza nel gioco. Nella nazionale under 20 hanno fatto bene, ora si trovano nel giro del team della seniores. Credo che bisognerà dare loro un po’ di tempo e poi i risultati arriveranno».

Ultima domanda. Ricordando la sua esperienza a Viadana ha citato il bellunese Corrado Pilat. Come lo vede come allenatore delle skills in azzurro?

«È una persona in gamba. Con riferimento a quello che sta facendo in nazionale, credo che Corrado sia il migliore nel seguire la tecnica individuale dei calci. Ne so qualcosa perché quando lui era giocatore e calciava, io stavo dietro i pali e vedevo come lavorava. È una persona dotata di grande capacità, sa insegnare bene e ha tanta pazienza. Con le sue doti, penso che non curerà solo i calci, ma si occuperà anche della gestione della palla». —

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