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Erica Andrich, l’America sottorete è un’altra cosa: «Qui professionalità al top»

Originaria di Vallada, ha trascinato Denver a vincere la regular season fallendo poi di un soffio la qualificazione alle finali nazionali

VALLADA AGORDINA. Erica Andrich è la bellunese d’America che ha trascinato la squadra di pallavolo della Denver University a vincere la regular season. Classe 1998, originaria di Vallada Agordina, da circa un anno è volata negli States per frequentare un master in Marketing communication, dopo la triennale all’Accademia delle Belle Arti di Verona. Della squadra di volley della sua università, che partecipa alla massima divisione americana, è diventata ben presto un punto di riferimento. E pazienza se poi, malgrado il primo posto nella prima fase, non è arrivata la qualificazione alle finali. Andrich potrà riprovarci a settembre, durante la sua seconda stagione sportiva negli Stati Uniti.

Qual è il bilancio dei primi 12 mesi negli Usa, cominciando dal volley?

«Il bilancio di questa stagione passata è senza dubbio positivo. Il campionato, che solitamente si gioca nella fall, cioè in autunno, e comincia a settembre e finisce a dicembre, l’anno scorso a causa del Covid è stato giocato nel winter quarter: è cominciato a gennaio e finito in aprile. Abbiamo chiuso la regular season al primo posto nella Summit League conference (il girone nel quale gioca Denver University, ndr), ma, purtroppo, non siamo riuscite a passare alla fase nazionale».

Quanto vi è mancato per approdare tra le grandi del volley americano?

«La fase nazionale è chiamata Ncaa tournament e vi si scontrano le squadre più forti dei vari gironi degli Stati Uniti per conquistare il titolo di National Champion. Noi non siamo riuscite a qualificarci perché abbiamo perso 3-2 con il South Dakota, la squadra che aveva conquistato il secondo posto nella regular season».

Tra quanto tornerete in campo per provare a rifarvi?

«Quest’anno il campionato comincerà a settembre e l’obiettivo è quello di riscattarci dall’anno scorso e qualificarci nell’Ncaa national tournament».

Come è stato il tuo inserimento nella nuova squadra? Hai avuto lo spazio che speravi di trovare?

«Sì, ho avuto molto spazio in campo. Inizialmente non credevo di partire tra le titolari e invece sono riuscita a guadagnarmi il posto fin da subito. Non ho giocato tutte le partite ma sono molto felice di quello che sono riuscita a dare. Inizialmente ero abbastanza disorientata tra la lingua e il sistema completamente nuovo, ma sono stati tutti sempre disponibili ad aiutarmi. Quindi tutto sommato non ho fatto fatica ad integrarmi».

Ci sono altre italiane nel tuo team?

«Sono l’unica italiana in squadra. Tutte le mie compagne sono americane, con l’eccezione di una canadese e di una serba, che però quest’anno non giocherà più. La cosa non mi pesa affatto, anzi sono contenta di non avere altre italiane in squadra così sono obbligata a parlare sempre inglese e lo imparo sicuramente meglio. L’anno scorso non ho incontrato nessuna italiana nemmeno nel campionato, ma conosco molte ragazze che stanno giocando negli Stati Uniti e facendo un’esperienza simile. Chissà se il prossimo anno ne incontrerò qualcuna…».

La pallavolo americana si differenzia da quella a cui siamo abituati?

«La pallavolo qui è un po’ diversa da quella a cui siamo abituati in Italia. Per esempio il libero può battere, se la palla tocca il soffitto il gioco continua e ci sono cambi infiniti. Tuttavia non è stato difficile abituarsi a queste nuove regole. In fin dei conti le basi sono sempre le stesse».

Che livello tecnico hai trovato?

«Denver gioca in Division 1 (la categoria più alta, ndr) e il livello è molto alto. Se dovessi paragonarlo ad una categoria italiana direi che le squadre di Division 1 potrebbero giocare in un campionato di A2/B1. La pallavolo e, in generale, tutti gli altri sport a livello collegiale sono seguiti molto sia dal pubblico e sia dallo staff. Il nostro , per esempio, è composto da tre allenatori, due assistenti allenatori, un medico-fisioterapista e un preparatore atletico. Far parte di una squadra universitaria di Division 1 significa essere un punto di riferimento per i futuri atleti ed essere portavoce della “culture” del college. La vita da studente-atleta è impegnativa ma decisamente stimolante».

A livello universitario e personale, come stai vivendo l’esperienza?

«Qui a Denver sta andando benissimo. Mi sono trovata subito bene sia con lo staff, sia con le mie compagne di squadra, sia con il sistema scolastico americano e sia con lo stile di vita in generale. Le cose che più mi hanno stupito della società americana sono l’organizzazione e la professionalità. In generale, è davvero un bell’ambiente per crescere. L’Italia mi manca sempre moltissimo ma sono felice di essere qui. Rimarrò qui fino alla fine del mio programma di studi: marzo 2022. E poi si vedrà».

Cosa ti manca, in particolare, del tuo Paese?

«La cosa che mi manca di più dell’Italia è il cibo. La pizza, i formaggi, gli affettati, le lasagne... In Italia siamo abituati troppo bene».

Nonostante la distanza, hai seguito il volley bellunese in questi mesi?

« Sì, l’ho seguito e ho fatto il tifo. Sono ancora in contatto con società e compagne del Limana. È come una grande famiglia, mi sento sempre super accolta da tutti».nicola pasuch

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