De Col, un bellunese alla corte del Treviso. «È grazie a Davide se gioco ancora»

Il centrale Andrea De Col

Il talento era domenica alla Spes Arena a vedere la Da Rold e rivela un retroscena legato alla sfortunato ragazzo di Sedico

«Se non fosse stato per lui, Davide Bristot, non avrei mai ripreso a fare pallavolo...».

C’è una generazione di pallavolisti bellunesi che, anno dopo anno, sta facendo capolino nel volley dei grandi.

È la generazione di Alessandro Bristot, lo schiacciatore classe 2005 che ha trovato casa al Trentino volley e che all’età di sedici anni è già un punto di riferimento della squadra universitaria di serie B (ma che ha già disputato una stagione in A3 ed ha pure collezionato una convocazione in Superlega).

Ma è anche la generazione di Andrea De Col. Che è nato nel 2003 e che ora, a sua volta, milita nel campionato di serie B dove indossa la maglia di una delle società più strutturate a livello giovanile, il Treviso volley.

La storia pallavolistica di Andrea De Col, originario di Paludi, parte da molto lontano, dall’Alpago volley team.

«Il primo anno ho giocato in Alpago: eravamo due maschi», racconta Andrea De Col, «in una squadra di ragazze. Poi, visto che io e l’amico che giocava con me eravamo riusciti a raccogliere un po’ di gente, la società aveva deciso di fare una squadra maschile assieme al Belluno. E così ho giocato alla Pallavolo Belluno per due anni, ma i numeri erano quelli che erano e, poiché eravamo troppo pochi, la squadra era stata sciolta».

Qui il tuo (primo) passaggio alla Spes…

«Ho giocato lì per sei mesi, ma poi ho smesso. Da piccolo non ero mai stato fortemente motivato e mi mancava un po’ di agonismo. Facevo pallavolo per praticare uno sport, e basta. Così a quel punto ho deciso di smettere, anche pensando che l’anno dopo sarei andato alle superiori e, magari, avrei avuto meno tempo».

Ma poi…

«Ma poi è arrivato un amico di nome Davide Bristot, che purtroppo da quest’estate non c’è più. Mi ha detto: perché non vieni con me, mio papà Paolino, mio fratello Alessandro, e coach Alberto Pavei? Facciamo una squadra Under 16 alla Spes. Se non fosse stato per lui, per loro, probabilmente non avrei mai ripreso a giocare».

Lì ti sei fatto notare...

«Fin da piccolo ero molto alto: in terza media misuravo 1,89. In seconda superiore, 1.95. Ho avuto l’opportunità di essere convocato nella selezione regionale e di farmi notare dalle altre società. Tra queste, su tutte, Treviso. Non ho mai saputo molto di pallavolo, ma appena ho avuto l’opportunità di andare in un club come Treviso mi sono subito trasferito. E ormai sono tre anni: questo è il terzo, e anche l’ultimo…».

Come sono andati questi mesi nella Marca?

«All’inizio ho avuto un po’di problemi legati alle ginocchia, perché non ero abituato ad allenarmi così tanto. Poi col tempo li ho superati, grazie al duro lavoro e grazie ad uno staff davvero molto competente. Quest’anno gioco in serie B e in Under 19. Alla prima nel campionato di B, esattamente un mese fa, mi sono scavigliato durante il primo set. Ho saltato due partite, poi sono rientrato e abbiamo vinto 3-1. Qui sto avendo delle soddisfazioni incredibili e so di dovermi giocare tutte le mie carte. A livello scolastico, frequento l’Itis Planck di Treviso, indirizzo automazione».

L’altra sera hai visto all’opera la Da Rold di serie A3: che impressione ti ha fatto?

«Quella di una squadra che magari si deve ancora un po’ ambientare in un campionato di alto livello come l’A3 ma che, allo stesso tempo, può fare delle ottime cose perché formata da giocatori di qualità. Ne conosco due, che giocavano qui a Treviso: Gonzalo Martinez e Matteo Mozzato. Quest’ultimo, centrale come me, è stato mio compagno di squadra per due anni. E poi questa squadra ha la fortuna di avere un pubblico eccezionale. Non ho mai visto in questi anni un palazzetto così, a Belluno. È una cosa che fa bene al nostro sport, perché fa conoscere a tutti la pallavolo».

Ti piacerebbe, un giorno, tornare a giocare a Belluno, magari proprio in serie A3?

«Al momento penso soltanto a dare il massimo qui a Treviso. Sicuramente è sempre un onore giocare per la squadra della propria città. Ma è troppo presto per pensarci. Mi piacerebbe andare all’università, ma continuare a giocare».

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