Perché Zoom affatica di più le donne

Uno studio dimostra ciò che già sappiamo: i pregiudizi e le pressioni sociali colpiscono anche per via digitale

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Ci siamo passati in tanti: nel corso di una videoconferenza, il riquadro in cui compare la nostra immagine rappresenta una costante fonte di distrazione. Ci incentiva a controllare il nostro aspetto, se l’inquadratura è giusta o se i capelli sono a posto, con il risultato di passare a volte più tempo a guardare noi stessi delle persone con cui siamo connessi. 

Quello che forse era più difficile immaginare è che proprio quel riquadro è il principale responsabile del cosiddetto “affaticamento da Zoom”: la sensazione di spossatezza che colpisce una parte rilevante delle persone che utilizzano per lavoro gli strumenti di videoconferenza. Per la precisione, secondo uno studio (ancora in attesa di revisione) condotto dal Social Media Lab dell’università di Stanford, circa il 10% delle persone si sente “molto o estremamente stanca” al termine di una riunione di lavoro online. 

I risultati però non sono uguali per tutti: la percentuale è infatti del 5,5% per quanto riguarda gli uomini, ma sale fino al 13,8% quando vengono prese in considerazione le donne. Lo studio – in cui era richiesto di rispondere anche a domande sull’attenzione rivolta alla propria immagine e quanto ci distragga – ha coinvolto oltre diecimila persone e fatto emergere come siano proprio gli aspetti legati all’“ansia da specchio” a essere strettamente correlati con la stanchezza avvertita al termine di una riunione su Zoom, Teams, Skype o qualunque altra piattaforma simile.

A questo punto, i ricercatori hanno provato a rispondere alla domanda più importante: perché la stanchezza da videoconferenza colpisce prevalentemente le donne? Secondo Jeff Hancock, direttore del laboratorio di Stanford, la ragione va ricercata nel fatto che le donne, come dimostrato in altri studi, sono generalmente più attente alla loro immagine e più distratte da essa. 

Questo significa che le donne sono più narcisiste degli uomini? Ovviamente, no. La responsabilità va cercata semmai nella maggiore pressione sociale a cui sono soggette: “È ormai assodato che la società occidentale attribuisce maggiore importanza all’aspetto fisico delle donne”, ha spiegato Hancock. Una pressione e uno squilibrio sociale che si riverbera inevitabilmente anche nel mondo digitale, causando la maggiore stanchezza da videoconferenza.  

Non è tutto: nello studio emerge anche come le donne si sentano maggiormente in dovere di non uscire dall’inquadratura durante una riunione e come solitamente facciano un numero inferiore di pause. Oltre al genere, anche l’età, l’etnia e la personalità giocano un ruolo nel causare un maggiore affaticamento da Zoom, che secondo lo studio è infatti subito in misura maggiore da persone di colore, introverse o giovani. 

Come si può superare lo stress da videoconferenza? In attesa che la nostra società superi i pregiudizi da cui continua a essere afflitta, Jeff Hancock suggerisce di ripensare la modalità standard di queste piattaforme, che oggi prevede che il riquadro con la nostra immagine sia sempre presente. Per esempio, potrebbe invece scomparire dopo qualche minuto o diventare opaco (e riapparire rapidamente quando ne abbiamo bisogno), o anche semplicemente diventare più piccolo di quanto solitamente non sia.

Come si legge nella ricerca, “mentre il mondo comincia la transizione verso un’era post-pandemia, in cui il futuro del lavoro sarà probabilmente ibrido, è importante massimizzare i benefici delle videoconferenze e ridurne i costi psicologici, soprattutto dal momento che nella nostra società non sono equamente distribuiti”.