L'analis
(ansa)

Turismo spaziale: dopo Branson e Bezos, l’ultima frontiera è più vicina

La corsa allo spazio dei milionari sta rivoluzionando un settore rimasto identico a se stesso per oltre mezzo secolo: oggi i privati stimolano lo sviluppo, il processo di innovazione parte dal basso e l’attività spaziale viene svolta anche, se non soprattutto, a fini di profitto

5 minuti di lettura

“Chi attacca forse non si rende conto di come lo spazio rappresenti la speranza per così tante persone”. Dal palco di Twitter, le parole sono di Elon Musk. Il patron di SpaceX le diffonde, subito confortate da un quarto di milione di apprezzamenti, il 13 luglio scorso e le indirizza a chi, come la senatrice Elizabeth Warren, democratica del Massachusetts, aveva fatto notare che prima di alimentare utopie spaziali i miliardari alla Jeff Bezos avrebbero fatto meglio a pagare le tasse. Qui, sulla Terra.

Critiche cui per primo lo stesso Bezos, subito dopo il lancio suborbitale affrontato con successo una settimana più tardi a bordo della sua New Shepard, aveva riconosciuto una buona dose di legittimità. Intervistato dalla Cnn il 20 luglio, poche ore dopo aver superato la linea di Karman, per convenzione l’uscio dell’immensità siderale, lo aveva ammesso: "Dobbiamo fare entrambe le cose. Abbiamo molti problemi qui e ora sulla Terra, e dobbiamo lavorarci. Ma bisogna sempre guardare al futuro”. E lui, al futuro, ha sempre dimostrato di guardarci bene, almeno quanto Musk o Richard Branson, l’altro space billionaire del momento e il primo che, il 13 luglio, ha saltato la staccionata termosferica cavalcando un mezzo proprio, lo spazioplano SpaceShipTwo “Vss Unity”.

Il problema, secondo i critici, compresi quei 200mila che hanno firmato due petizioni online per proporre a Bezos di rimanerci per sempre, nello spazio, nascono proprio dal tipo di futuro immaginato dai riccastri spaziali, accusati di voler replicare l’egemonia terrestre fondata sui pilastri di internet e sullo sfruttamento delle risorse (umane) anche oltre l’atmosfera.

Stabilire chi abbia ragione sarebbe possibile solo sapendolo leggere, il futuro. Dunque, per farsi un’idea di cosa stia succedendo sulla Terra grazie alle attività svolte oltre il suo cielo, è ben più sensato basarsi sui piani esplicitati dai nuovi imprenditori stellari e su quanto fatto finora, perché è indubbio che la space billionaire race stia rivoluzionando un settore rimasto blindato e identico a se stesso per oltre mezzo secolo. Il paradigma spaziale originario, durante la Guerra fredda completamente pubblico, orientato al raggiungimento degli obbiettivi strategico-militari degli Stati Uniti, da una parte, e dell’Unione Sovietica, dall’altra, e quindi caratterizzato da un’evoluzione tecnologica lenta e guidata dall’alto, è stato stravolto: oggi i privati stimolano lo sviluppo, il processo di innovazione parte dal basso e l’attività spaziale, “democratizzata”, viene svolta anche, se non soprattutto, a fini di profitto. È un cambio di paradigma di cui il turismo spaziale è solo una finestra, per quanto la più osservata del momento.

Si inizi a guardare da qui allora, dalla finestra: fondata nel 2004 con lo scopo di “aprire lo spazio a tutti”, la Virgin Galactic di Branson oggi ha un valore di circa 11 miliardi di dollari e vende i biglietti per i suoi viaggi suborbitali a 200mila dollari l’uno – all’inizio erano 250mila. Nel 2019, poco prima della quotazione in Borsa che per paradosso il giorno dopo il lancio dell’11 luglio ha perso il 14% del valore, l’azienda dichiarava di avere già 600 acquirenti e altri 700 in lista di attesa.

Dal canto suo, dopo il volo del 20 luglio, Bezos ha chiarito che i viaggi Blue Origin sono acquistabili e, sebbene non ne sia noto il prezzo, il fondatore di Amazon garantisce che le richieste sono numerose e che i 100 milioni di dollari sono un obbiettivo aziendale già raggiunto.

Fedele al proprio sogno di trasformare l’umanità nella prima specie interplanetaria, Elon Musk organizza invece tour ben oltre la linea di Karman: il prossimo autunno sarà a bordo di una sua navetta Dragon che quattro turisti spaziali diventeranno i primi a orbitare attorno alla Terra con una missione totalmente privata, ribattezzata “Inspiration4”. Fra loro anche Hayley Arceneaux, sopravvissuta a un cancro alle ossa e oggi assistente al St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis, la struttura in cui, bambina, venne curata e alla quale oggi andranno i proventi raccolti dalla missione.Sarà sempre grazie all’astronave taxi di Musk che Tom Cruise e Doug Liman voleranno nel 2022 sulla Stazione spaziale internazionale per realizzare un action movie in microgravità (non il primo, visto che il prossimo 5 ottobre saranno preceduti dalla star russa Yulia Peresild, che partirà su una Sojuz dallo spazioporto di Baikonur, in Kazakistan). Non bastasse, per il 2023 SpaceX ha già venduto una gita attorno alla Luna a Yasaku Maezawa, il fondatore di Zozotown, il più grande negozio giapponese di abbigliamento online. Dopo l’annuncio della missione, chiamata “dearMoon”, il valore di SpaceX è schizzato da 25 a 74 miliardi di dollari.

Visto così, il turismo spaziale è, de facto, uno sfizio da zii Paperoni con pruriti extraterrestri, oppure il risultato mirabolante di qualche iniziativa mossa da intenti e finanze sociali (come Inspiration4). È un mercato che la banca svizzera UBS stima possa superare i tre miliardi di dollari entro nove anni, non pochi se si considera che il business ha pochi giorni di vita; pochissimi se si pensa che il settore spaziale, aperto all’iniziativa e agli interessi commerciali dei privati, da un mercato di circa 380 miliardi di dollari (dato del 2017) secondo Morgan Stanley potrebbe superare i mille miliardi entro il 2040. Una stima pessimistica secondo la banca di investimenti Merrill Lynch, per la quale lo spazio, nel 2040, di miliardi potrebbe muoverne addirittura 2700.

È alla luce di questi dati che si dovrebbe riconsiderare l’intera questione del turismo spaziale e capire perché, intenderlo come il più esclusivo dei business, sia fuorviante: lo spazio sarà la prossima frontiera dell’economia non solo e non tanto perché prima o poi, come promettono Musk, Bezos e Branson, saranno in tanti a potersi concedere una gita extra-atmosferica. Lo spazio sarà il futuro economico della Terra perché, anche grazie al turismo, le orbite attorno al Pianeta potranno essere sfruttate a scopi commerciali, permetteranno lo sfruttamento di risorse extra-atmosferiche, o la delocalizzazione di filiere industriali. Le dinamiche di volo e i mezzi (riutilizzabili) sfruttati da Branson e Bezos già oggi promettono di addestrare i futuri astronauti professionisti, di testare scienza e tecnologia di laboratori e università che fino a ieri non potevano permettersi la trafila, lunga e quindi costosa, per avere un proprio esperimento sulla Stazione spaziale internazionale.

“Il concetto di esplorazione spaziale sta cambiando – chiarisce Vincenzo Giorgio, amministratore delegato della Altec di Torino, azienda partner di Virgin Galactic – si passa dall'osservazione e dalla ricerca alla possibilità di sfruttare come risorsa tutto quello che è intorno alla Terra. In fondo, la new space economy esprime la capacità di creare una contaminazione fra ciò che è spazio in senso tradizionale, cioè le persone e le aziende già coinvolte nell’economia oltre l’atmosfera, e un mondo che fino a oggi non ha operato nel settore”. Un approccio di cui il turismo costituisce solo una delle declinazioni, una finestra appunto. “Preferisco parlare di voli suborbitali – aggiunge Giorgio - perché sono molte le attività realizzabili in quest’ambito: non è escluso si possano utilizzare questi voli per la sperimentazione scientifica o per il training dei piloti, anche immaginando, in futuro, traiettorie suborbitali che consentano il collegamento di punti geograficamente lontani. L’ambizione è semplice: estendere il numero e il campo di persone che possono operare a quote sopra i 100 chilometri. Se oggi contassimo quanti lo hanno fatto, non arriveremmo a 600 nomi. L’idea è di consentire a un numero dieci volte superiore l’accesso al suborbitale”.

Non è un caso che nel 2020, rileva la società di analisi Bryce Tech, si siano versati sette miliardi di dollari in start-up spaziali, il doppio rispetto a solo due anni prima. E men che meno è casuale che Chiara Pertosa, presidente di Sitael, la più grande azienda spaziale privata in Italia e altro partner di Virgin Galactic, veda nei voli degli scorsi giorni “le premesse per riconfigurare l’aviazione civile, permettendo di ridurre drasticamente la durata delle tratte aeree più lunghe”.

Un futuro idilliaco, quindi?

Gli scettici temono il contrario, cioè quella che il New York Times ha già ribattezzato “l’amazonizzazione” dello spazio, la riproposizione in orbita dell’egemonia economica terrestre, con giganti come Facebook, Google e, appunto, Amazon a fare da “Masters of the Universe”. Quanto promesso nel 2019 in un celebre speech da Bezos, cioè la volontà di deportare l’umanità oltre il cielo per trasformare la Terra in una riserva naturale, potrebbe dar ragione a chi non veda nell’intento solo un afflato ecologista. Come già scritto qui, in assenza di gravità l’industria pesante e il commercio potrebbero diventare di gran lunga più convenienti: si immagini di mettere insieme una petroliera con un saldatore, però spostando gigantesche lamine di acciaio prive di peso. Quale concorrente potrebbe opporsi alla produzione in microgravità di aerei, navi, auto, o anche solo di mobili d’arredamento, realizzati con costi irrisori e senza inquinare l’amato pianeta natìo? E, soprattutto, a quali (ulteriori) immense ricchezze accederebbe chi dovesse controllare un’industria con queste siderali capacità? Altro che la preziosa spezia di Dune, il fantascientifico capolavoro di Frank Herbert che presto, diretto da Dennis Villeneuve, tornerà nelle sale cinematografiche: i tesori di Arrakis sono a portata di lancio, per la precisione a poche centinaia di chilometri sopra le nostre teste.

Mentre punta a Marte, Musk si finanzia lanciando nel cielo, decine alla volta, i suoi satelliti Starlink, la promessa di un internet ubiquo e senza infrastrutture terrestri, in grado di garantire l’accesso a chiunque, una volta a regime. E nel mentre, li sfrutta anche per l’high frequency trading, cioè transazioni bancarie eseguite in frazioni di secondo. Per questo, oggi, il turismo è solo l’oblò spaziale più osservato. L’orizzonte sul quale affaccia è ampio ma vago. Come tutto quel che si intravede appena, potrà rivelarsi una landa di nuove opportunità, oppure l’ennesimo territorio di conquista. Più probabilmente, entrambe le cose. Rimane da augurarsi che Musk non tradisca quel suo stesso Tweet: è vero, chi attacca lo spazio oggi non capisce quanto le possibilità extra-atmosferiche rappresentino una speranza per così tanti. Elon, Jeff, Richard, ricordatevelo.