Lo studio

Luci accese di notte, riscaldamenti spenti d'inverno: le case connesse diventano strumento di violenza domestica

Luci accese di notte, riscaldamenti spenti d'inverno: le case connesse diventano strumento di violenza domestica
Serrature che si aprono all’improvviso, riscaldamento che si interrompe, possibilità di spiare nell’intimità: la diffusione degli oggetti connessi alla rete sta creando nuove forme di molestie
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Immaginate di essere svegliati all’improvviso, nel cuore della notte, dalle luci di casa che si accendono e spengono in continuazione o dalle tapparelle che si alzano. Oppure che il riscaldamento vi venga improvvisamente staccato in pieno inverno. In altri casi, è il citofono che suona incessantemente senza che nessuno sia mai alla porta o sono i codici dei lucchetti intelligenti che vengono cambiati in continuazione, impedendo a chi vive in casa di entrare nell’appartamento (o di uscire). C’è anche chi ha scoperto solo dopo mesi di essere spiato costantemente nell’intimità.

Tutti questi scenari di molestie e persecuzioni sono uniti da un unico filo rosso: la internet of things, l’insieme degli oggetti connessi che sempre più spesso teniamo nelle nostre case (frigoriferi, lampadine, videocamere, assistenti digitali, termostati, televisioni e molto altro) e che, se nella maggior parte dei casi promettono di semplificarci la vita, possono anche diventare uno strumento di violenza domestica.

“I dispositivi integrati creano un terreno del tutto inedito relativamente alle molestie”, scrive Laura DeNardis, docente di internet governance a Washington, nel suo Internet in ogni cosa (tradotto dalla Luiss University Press). “Le incursioni, quasi di tipo spettrale all’interno degli ambienti domestici - cambiando la temperatura o aprendo le porte - sono una nuova spiacevole minaccia nelle situazioni di abuso domestico. Un partner che precedentemente abitava in una casa spesso conserva infatti il controllo dei sistemi tramite il suo smartphone”. E di conseguenza, il potere di utilizzarli e manipolarli indipendentemente da dove si trova.

All’interno di una coppia eterosessuale, è statisticamente più probabile che sia l’uomo ad acquistare e installare i dispositivi della internet of things e che sia quindi spesso l’unico a conoscere le password. Questo fa sì che il suo controllo sugli oggetti connessi permanga anche dopo l’eventuale separazione, consentendo così a un partner abusivo di molestare la partner anche da remoto. In alcuni casi, è possibile anche che queste forme di “abuso tecnologico” vengano commesse senza che la vittima se ne renda conto, come può essere il caso in cui una persona sia spiata nell’intimità per lungo tempo tramite una videocamera connessa senza avere modo di scoprirlo.

“Alcune di queste violazioni sono di tipo attivo, come le intimidazioni e le molestie condotte manipolando da remoto i dispositivi connessi di casa oppure spegnendo i sistemi o impedendone l’accesso”, si legge ancora in Internet in ogni cosa. “Altre sono passive, come il controllo coercitivo tramite l’intrusione nelle videocamere di sorveglianza. Il partner che commette l’abuso è a volte il proprietario legale di questi dispositivi e videocamere, quindi questa forma di molestia non richiede nessun tipo di hackeraggio. Le stesse innovazioni che proteggono gli individui, quindi, possono, specialmente nel caso delle videocamere di sorveglianza e dei sistemi d’allarme domestici, facilitare le molestie da parte di partner da cui si è separati. Lo sfruttamento della tecnologia è da lungo tempo uno strumento di abuso domestico. E ora questa superficie si sta espandendo anche nel mondo fisico”.

La sfera online ha infatti già amplificato le possibilità in termini di molestie e controllo, basti pensare al cyberbullismo, ai discorsi d’odio o al revenge porn. Adesso però gli abusi digitali non sono nemmeno più limitati al computer o allo smartphone, ma possono entrare direttamente nelle abitazioni e diventare non solo uno strumento di persecuzione, ma anche di minaccia e manipolazione psicologica. Come si legge in uno studio pubblicato sulla California Law Review, “i rischi di questa ‘violenza senza limiti di spazio’ sono seri: quando il concetto di sicurezza non ha chiari confini, impedisce alle donne di andarsene e mette a rischio la loro capacità di proteggersi. Per esempio, una vittima potrebbe scegliere di non rischiare di fuggire sapendo che il suo aggressore potrebbe essere in grado di rintracciarla nella nuova posizione”.

Attraverso le app che consentono di ottenere la posizione di un oggetto (come Trova il mio iPhone e altri) è infatti possibile che la vittima possa essere seguita o almeno sospetti di esserlo, rendendo molto più complessa la fuga. “Un altro rischio è psicologico, perché la tecnologia permette agli aggressori di creare un ‘senso di onnipresenza’ che erode la sensazione di sicurezza delle vittime, anche dopo la separazione”, si legge sempre nello studio. “Per esempio, gli abusi fisici e sessuali richiedono che l’aggressore sia presente assieme alla vittima, di conseguenza essa potrebbe sentirsi più sicura una volta riuscita a raggiungere o un rifugio o a mettersi in salvo. Al contrario, una vittima di abuso tecnologico potrebbe sentirsi in pericolo ovunque sia, perché le minacce e la sorveglianza non possono essere rilevate: anche se la vittima non vede il suo aggressore, sa che in qualsiasi momento potrebbe osservarla”.

Come la violenza domestica in generale – segnala infine lo studio – anche gli abusi commessi tramite la IoT sono un reato di genere: la maggior parte delle vittime sono donne e la maggior parte degli aggressori sono uomini. Ma quanto è diffusa questa forma di abuso tecnologico? Per quanto ci siano pochi dati, è noto che durante la pandemia gli episodi hanno subito un’impennata, mentre un sondaggio ha rivelato come il 66% delle donne intervistate non sapesse quali oggetti connessi presenti nelle case potessero essere utilizzati come strumento di violenza domestica.

Al di là degli aspetti legali (per i quali si può prefigurare il reato di stalking e non solo), ci sono alcune precauzioni che si possono prendere. Prima di tutto, è importante non cedere mai le password dei propri oggetti o profili personali (come lo smartphone o i social network) ed è invece fondamentale farsi comunicare quelle degli oggetti domestici connessi (come lampadine o termostati), in modo da poterne cambiare la configurazione. In secondo luogo, è buona norma anche in questi casi modificare periodicamente proprio le password, per evitare incursioni nei nostri dispositivi che possono trasformarsi in vere e proprie molestie.