Erica, il robot più bello del mondo, è senza lavoro

Erica, il robot più bello del mondo, è senza lavoro

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Mi comincio a preoccupare per Erica. Ha 23 anni, le hanno garantito che è “la donna più bella del mondo” (mentendo) e da quasi due anni si è messa a studiare duro recitazione per fare l’attrice. Il metodo Marlon Brando, pare: consiste nel guardare i video dei grandi attori del passato e provare a interpretarli. Qualche mese fa a Hollywood un produttore di buon livello l’ha scritturata per un ruolo da protagonista in un film da 70 milioni di dollari, non esattamente a basso budget, ma le riprese sono ferme perché non si trova un attore con cui dividere la storia. Si direbbe che nessuno vuole recitare con un robot.

Erica è un androide: dicono che sia stata progettata prendendo spunto dalle finaliste di Miss Universo, ma la parte importante non è l’aspetto. È l’intelligenza, artificiale ovviamente. Secondo il suo creatore è così sviluppata “che sembra che abbia un’anima”. Un’anima di marketing sicuramente, visto che sono diversi anni che Erica è fra noi (e ha sempre 23 anni, li avrà per sempre). Quando venne presentata al pubblico si disse che era così brava a conversare che avrebbe potuto lavorare nella reception di un ufficio o di un albergo (ai tempi poteva stare solo seduta). Poi è stata promossa a fotomodella da un artista che ha fatto un servizio fotografandone una dozzina con il titolo “Una di loro non è umana” (ma era chiaro chi fosse, quella con lo sguardo vitreo). Infine ha imparato a muovere le braccia e si è ritrovata candidata per condurre il tg della sera in Giappone, ma non se n'è fatto più niente. 

Eppure dietro Erica non c’è un venditore di fumo ma uno dei più interessanti pionieri della robotica: si chiama Hiroshi Ishiguro, ha 56 anni e dirige un famoso laboratorio ad Osaka. Il suo debutto su questo terreno, molto tempo fa, è stato creare una copia robotica della figlia di 5 anni, ma pare che la bimba non abbia gradito. Allora ha clonato elettronicamente se stesso: un signore di mezza età, con uno sguardo che starebbe benissimo in un film di Tarantino. Tra l’altro, per rendere la copia più verosimile si era tagliato i capelli e glieli aveva donati.

Il tema della somiglianza fisica è fondamentale per dimostrare una tesi che compie 50 anni proprio in questi giorni. Si chiama The Uncanny Valley, la Valle dello Sconcerto, e afferma che la nostra empatia verso i robot aumenta quando da bracci meccanici diventano giocattoli e poi prendono sembianze umane, ma quando ci assomigliano troppo, ci sconcertano, ci spaventano. Il professor Masahiro Mori nel saggio originale, pubblicato sulla rivista giapponese Energy nel 1970, non usa l’espressione Uncanny Valley ma quando poi quell’articolo ha iniziato a circolare ed è stato tradotto in inglese, nel 1978 è stato titolato così. Ora la scommessa del creatore di Erica è che “la valle dello sconcerto” abbia una fine e che dopo ci sia una nuova empatia con un androide così senziente da sembrare, appunto, che abbia un’anima. 

C’è molto marketing in tutta questa storiella del film “b” (si intitola così) con il primo protagonista androide in cerca di un compagno, ma c’è anche una frontiera in cui ci aspettano alcune domande fondamentali: cosa ci rende davvero umani? Un robot che si comporti come noi, che sembra abbia sentimenti, vuol dire che li ha davvero? Certamente no, ma va anche detto che la strada dell’intelligenza artificiale è lunghissima e noi finora abbiamo percorso solo i primi metri.

Adam, l’androide protagonista del romanzo di Ian McEwan “Macchine Come Me”, in una sua poesia - un haiku giapponese, ovviamente - scrive: L’autunno a noi / promette primavera / A voi l’inverno". Molto suggestivo: per un romanzo, per un film. Ma Erica non potrà mai recitare davvero, facendoci ridere, o piangere. Non più di quanto faceva Wall E in un cartone animato di successo o un robottone di latta nei film di fantascienza che abbiamo amato. L’androide algido e in lacrime del finale epico di Blade Runner non ci tragga in inganno: quello era un attore formidabile, Rutger Hauer. Erica insomma non sarà mai “umana”. Ci sta però aiutando a riflettere su chi siamo davvero.