La storia narrata dalle tombe del “secolo breve”  

L’ala moderna ospita i caduti della seconda guerra mondiale e del Vajont, all’esterno i cippi dei soldati 

BELLUNO. Due guerre e una tragedia, quella del Vajont. Il secolo breve - così lo storico Eric Hobsbawm definì il ’900 - lascia un segno profondo nella vita della città. Se ne coglie la portata anche all’interno dell’ala nuova del cimitero cittadino, dove un’ampia porzione di terra è vuota: in quello spazio riposavano le vittime bellunesi del Vajont prima che venissero spostate al cimitero di Fortogna.

La portata di questo secolo intenso e tragico si intuisce anche dalla cappella dedicata alle vittime della seconda guerra mondiale. Bocia, Loris, Squalet, Peter sono i nomi di battaglia scelti da altrettanti partigiani caduti durante la Resistenza. Li accompagneranno per sempre, scolpiti nella pietra, e raccontano la violenza di una guerra civile che ha ucciso uomini maturi e ragazzini appena 15enni.



A vegliare su di loro c’è una madre scolpita da Augusto Murer, lo stesso autore dei pannelli bronzei in piazza dei Martiri. Questa volta il materiale scelto è il legno. L’impostazione dell’opera è religiosa, quasi una pietà, ma rappresenta una madre che piange il figlio partigiano.

Anche i caduti della prima guerra mondiale sono ricordati nell’area cimiteriale di Prade, ma all’esterno delle mura di cinta. I piccoli cippi circondano il viale alberato e lo spiazzo antistante l’ingresso dell’ala moderna. Questa non è la loro collocazione originale: l’archivio storico del Comune di Belluno conserva alcune foto, consultabili liberamente su internet, dell’allora cimitero militare.

Anche il camposanto, infatti, si è adattato all’evoluzione della città con un ampliamento e la costruzione di nuove tombe di famiglia che seguono le mode architettoniche del ’900. I primi interventi in realtà iniziarono già nel secolo precedente. Un documento del 1897 attesta che furono fatti dei lavori idraulici con la creazione di canali di scolo perché pochi anni dopo la costruzione del cimitero ci si accorse che non era il luogo più adatto per il riposo dei defunti. Quello di Prade era infatti un terreno paludoso e negli anni successivi alla costruzione si sono rese necessarie migliorie. Per rispetto di chi già riposava lì, però, si decise di intervenire con lavori ad hoc, senza spostare il cimitero. (v.v.)
 

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