Tabià e baite, nuove prospettive per le sentinelle della montagna

Gli edifici rurali sono sparsi in tutto il territorio bellunese: l’architetto Bortoluzzi ne svela i segreti

Belluno. Guardandoli, magari dopo essersi lasciati alle spalle il caldo delle città e l’inquinamento delle auto, il primo pensiero va ad un buen retiro dove passare la pensione (o almeno il fine settimana, se la quiescenza è un miraggio lontano). Eppure tabià e baite sono edifici rurali che, in un passato non troppo lontano, erano parte integrante della vita della montagna: vere e proprie sentinelle a presidio del territorio. Oggi sono un patrimonio da conservare, in attesa di dar loro una seconda chance di utilizzo con nuove destinazioni d’uso.

La rubrica Belluno Meraviglia questa settimana fa tappa in quota in compagnia dell’architetto bellunese Arnelio Bortoluzzi per raccontare i segreti di questi edifici. I tabià, spiega l’architetto, hanno una struttura tipica: sotto ospitano una stalla, sopra c’è il fienile. Molto diffuse anche le casere, costruite per la lavorazione del latte durante l’alpeggio estivo. Ed ancora una grande varietà di baite pensate ad hoc per i bisogni della famiglia che li edificava.



«Il contadino di montagna costruisce cercando di fare meno fatica possibile» spiega Bortoluzzi, «e quindi utilizza la pietra e il legno che trova sul posto. Ma, se la tecnologia si evolve, non esita ad utilizzarla. Inoltre la civiltà contadina costruisce in base alla sua necessità e non in base alla tradizione. Quindi se il contadino ha due mucche, costruirà una stalla capace di ospitare due mucche. Le baite solitamente hanno una stanza sola e sono costruite per evitare la dispersione del calore, con poche finestre, prevalentemente piccole».



Non erano edifici predisposti per ospitare una famiglia ma per essere vissuti d’estate, quando ad esempio era necessario lavorare il latte in quota. Necessità completamente diverse a quelle odierne. «Erano e possono ancora essere presidi per la cura del territorio» continua l’architetto, «hanno un’importante valenza culturale: deve essere diffusa la consapevolezza che sono patrimonio di tutti, sia dal punto di vista visivo che del presidio territoriale. Bisogna evitare che vadano in rovina, altrimenti la natura avrà il sopravvento».

Un presidio capillare: secondo il libro “Costruzioni rurali in legno” di Flavio Bona, nel 2012 c’erano circa 8 mila edifici di questo tipo sul territorio bellunese. Alcuni tabià possono risalire anche al 1700 mentre le baite in pietra sono solitamente più recenti. «Servirebbe una presa di coscienza collettiva» aggiunge Bortoluzzi, «per recuperare questi edifici e difenderli dal degrado e dalle intemperie. Purtroppo non tutti i proprietari hanno questa sensibilità o questa possibilità economica».

Come spesso accade, quando si parla di abitazioni e proprietà entrano in gioco diversi fattori, dalla sfera intima e interna alla famiglia a quella dell’intero contesto sociale.



Spesso, infatti, questi edifici appartengono a diversi proprietari, un aspetto che ne rende più complessa la gestione. Ma, nonostante tutto, è difficile che chi possiede uno di questi tesori se ne separi, tanto è l’attaccamento che si crea con queste testimonianze ricevute in eredità da un mondo che non c’è più.

A questo si aggiunge, però, la mancanza di incentivi per intervenire sui punti deboli degli edifici rurali, cioè fondazioni e tetti. «Così come sono state fatte delle politiche di incentivo per le ristrutturazioni e sul versante energetico, bisognerebbe trovare risorse, nel limite delle disponibilità, anche per questo genere di fabbricati» continua Bortoluzzi, «perché sono la testimonianza della civiltà dalla quale discendiamo».

L’interesse commerciale per questo tipo di fabbricati c’è: si possono trasformare in edifici dotati di ogni comfort, adatti anche ad ospitare turisti. Rimane il problema di come intervenire, dato che le esigenze abitative moderne sono completamente diverse da quelle rurali del passato. Basti pensare al riscaldamento o ai servizi. «Questi interventi però sono inevitabili» conclude l’architetto, «pur rispettando la tipologia di edificio su cui si va ad intervenire. Il primo passo, però, sarebbe quello di mantenerne l’integrità fisica: è un investimento per tutti». —


 

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