La carriera di “zio” Bergomi rivive nel libro scritto da Vitali

Ieri pomeriggio l’Inter Club Massimo Moratti di Fener ha accolto in biblioteca lo storico capitano nerazzurro che ha ricordato la grande vittoria ai Mondiali 1982

VAS

756 presenze in vent’anni di maglia nerazzurra, scandite da 28 gol e tanti trofei conquistati. In Italia e in Europa.


Giuseppe Bergomi, per tutti “lo Zio” non ha avuto bisogno di presentazioni. È stato lui l’ospite d’onore dell’Inter Club “Massimo Moratti” di Fener, che ieri pomeriggio ne ha festeggiato l’arrivo nella biblioteca di Vas, con la presentazione del volume autobiografico “Bella Zio”: edito da Mondadori e scritto da Andrea Vitali. Il volume racconta gli esordi dello storico capitano nerazzurro, dall’infanzia fino ai diciott’anni, in una sorta di romanzo di formazione che arriva fino ad un momento speciale.

«Arriva fino alla vittoria al Santiago Bernabeu di Madrid con la maglia della nazionale ai mondiali di Spagna del 1982», ha raccontato Bergomi, «è stato un momento indimenticabile. Di quella squadra conservo ancora un bel ricordo: in primis di mister Bearzot, perché mi diede sempre fiducia, fino a farmi giocare la finale con la Germania: marcai Rummenigge. Bearzot era come un papà per me: il mio lo avevo perso quando avevo sedici anni. Poi il ricordo del gruppo: fu Gianpiero Marini a darmi questo soprannome. Avevo i baffi e un’aria matura e per questo mi disse “sembri mio zio”. Ricordo inoltre Gaetano Scirea. Un esempio per tutti noi, per come una persona deve dare il buon esempio umanamente. Lui era l’ultimo che doveva andarsene».

Cosa manca di quel calcio al giorno d’oggi? «Penso che nel calcio moderno servano esempi positivi», prosegue, «perché è un po’ malato e ha bisogno di migliorare. E la medicina non possono che essere le persone. Ivan Cordoba, Javier Zanetti, Paolo Maldini sono degli esempi da seguire, perché si muovono anche nel sociale».

Poi Bergami ha parlato del fattore “fortuna”. «Mi ha aiutato, anticipando l’esordio. Nel 1982 giocai a causa dell’infortunio di Vierchowod, all’Inter si infortunò Canuti. Feci il mio primo gol nel derby dell’81. Se ho rischiato di giocare nel Milan? Sì. Venivo da una famiglia di milanisti. Feci così un provino nelle giovanili, e mi presero. Dopodiché sorsero dei problemi alle visite mediche e mi scartarono. Li feci con l’Inter e le superai. Da li è iniziata la mia carriera».

Ed ecco gli anni all’Inter. «Quando ti trovi bene in un posto non pensi mai di andare via. Per me all’Inter è stato così: sono nato a Settala, vicino Milano e so cosa significa il senso di appartenenza a una maglia, a una città. Uno dei ricordi più belli che ho da ragazzo è stato il mio primo viaggio in pullman nelle giovanili dell’Inter: primo settembre 1977. Mi sedetti accanto a Riccardo Ferri, con cui avrei poi giocato per tanti anni».

«Dico ai giovani di seguire la propria passione», ha concluso il grande campione, «e di divertirsi nello sport, senza pensare al denaro. All’Inter mi rivedo in D’Ambrosio, ma scegliendo altrove direi Barzagli. Icardi spero possa diventare una bandiera. Nel calcio d’oggi non ce ne sono più». —


 

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