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Il festival di Bologna scommette su Cason: sostegno alla produzione de “Le Etiopiche”

L’autore: porto in scena un’idea di Europa afro-asiatica nella consapevolezza delle proprie origini e del proprio presente

IL RICONOSCIMENTO. Dalle prime esperienza col Tib al successo nella finale 2021 dello Scenario festival di Bologna. Il giovane regista e coreografo bellunese Mattia Cason ha portato in scena un’anteprima dello spettacolo “Le Etiopiche” (per i quale ha curato regia, coreografie e testi); ora questo successo apre la strada alla realizzazione dell’opera completa e, si spera, dell’intera trilogia della quale fa parte.

IL PREMIO

«Sono felicissimo di questo riconoscimento che da una parte riempie di senso un impegno costato anni di fatica e studio», spiega Cason, «e dall’altra mi dà molta fiducia per il futuro e per il proseguo di questo progetto». Il premio, infatti, valuta una versione ridotta degli spettacoli in concorso e, nel caso di vittoria, conferisce un importante aiuto economico per permettere agli autori di portare in scena la versione definitiva: «Questa è una cosa meravigliosa per chi, come noi, ha potuto contare finora solo sulle proprie forze», continua Cason, «la cosa che mi ha reso più orgoglioso è che la giuria, come gli spettatori presenti, abbiano apprezzato il mix di recitazione, danza e video arte, promuovendo le mie scelte per realizzare questo dialogo con il pubblico».

Proprio l’unione delle arti messe in scena ha convinto la giuria del premio, che ha così motivato la sua decisione: “Le Etiopiche rilegge l’epica di Alessandro Magno alla luce della contemporaneità, aprendo una riflessione sull’Europa di oggi, in una prospettiva che contempla l’accoglienza come opportunità piuttosto che come limite. La scena viene abitata da molteplici linguaggi espressivi: il teatro, che transita attraverso figure provenienti da epoche differenti, alla ricerca dei fondamenti su cui si fonda l’Europa del passato, quella degli stati nazionali, si alterna al video, usato come una finestra sul mondo, capace di proiettare sullo schermo una geografia multiforme, fatta di paesaggi, di volti e di azioni. E infine la danza, che diventa elemento scenico comune e condiviso, capace di comunicare al di là delle barriere linguistiche. È così che prende forma l’idea di un’Europa del futuro, di matrice afroasiatica, aperta a una nuova socialità, più umana e più etica”.

UNA NUOVA EUROPA DALLE MIGRAZIONI

“Le Etiopiche” (interpreti: Mattia Cason, Carolina Alessandra Valentini, Tamaš Tuza; riprese: Francesco Sossai; tecnica: Paolo Cacioppo) tratta un’idea di Europa unita e non come un insieme di stati diversi: «Un’Europa afro-asiatica nella consapevolezza delle proprie origini e del proprio presente», spiega l’autore, «oggi giorno le migrazioni vengono proposte quasi esclusivamente come un problema, mentre andrebbero viste come l’opportunità per poter finalmente comprendere la propria storia e sé stessi». Per fornire questo spunto riflessivo, lo spettacolo si basa sulla figura di Alessandro Magno: «Questo progetto vuol essere la prima parte di una trilogia su Alessandro», spiega Cason, «un personaggio conosciuto da tutti, del quale però ho voluto mettere in luce non tanto le vicende di grande conquistatore, quanto la sua irrefrenabile curiosità per tutto ciò che è altro, diverso, straniero». Lo spettacolo si concentra sull’inizio dell’avventura di Alessandro Magno, sul suo sbarco in Asia e sull’incontro con Memnone di Rodi: «Ciò che qui più interessa è il parallelismo tra questi due uomini a cavallo tra storia e mito: se infatti Alessandro passato l’Ellesponto si presenta a Troia come “nuovo Achille”, anche Memnone può vantare una corrispondenza con l’epica del ciclo troiano: nell’Etiòpide si canta infatti di un Memnone re degli Etiopi giunto a Troia nel tentativo di salvarla proprio dalla furia di Achille», continua Cason, «l’incontro tra questi due personaggi storici e il confine tra “noi” e “loro” di Greci e Persiani diventano una chiave per interpretare le migrazioni contemporanee verso l’Europa».

I PRIMI PASSI SULLE SCENE BELLUNESI

Fin dall’adolescenza, Cason ha potuto scoprire il suo amore per il teatro grazie ai corsi e alle iniziative organizzati nella sua città natale: «Ho iniziato il mio avvicinamento al teatro a Belluno, grazie ai “Fili d’Arianna”, organizzati da Daniela Nicosia del Tib», racconta Cason, «penso sia bello poterlo ricordare ora che ho finalmente raggiunto un obiettivo così importante a livello nazionale». L’avvicinamento alle scene, per Cason come per altri giovani in cerca della propria vocazione, è stato un punto di svolta molto importante: «Quel tipo di opportunità per i giovani è fondamentale, perché intercetta le tue passioni o le tue capacità nascoste in un momento della vita nel quale non sai ancora bene dove vuoi andare», conclude Mattia Cason, «senza questa possibilità probabilmente non avrei capito qual era la mia strada e non sarei mai arrivato a questo risultato». Fabrizio ruffini

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